
Il discorso di G. Perrelli per il monumento a Mario Pagano (1873)
"Io v'invito a sciogliere questo debito soavissimo..."
Di Mariano Collazzo
Nei pomeriggi assolati di primavera, sovente mi 'infilo' fra le erte e sinuose stradine del centro storico di Brienza, 'calandomi' in quel "regno malinconico della solitudine": la meta, quasi sempre, è lì, lungo le pendici nord-ovest e nord-est della collina sulla quale si eleva il Castello Caracciolo; tra quei ruderi che sanno d'antico. Oggi di quelle case, infatti, non rimangono che “brandelli di muri su viottoli ormai quasi del tutto cancellati" a testimoniare l'esistenza andata dei rioni che completano il vecchio borgo. Su questa rampa, nel rione denominato "Via Nuova", Brienza vide sorgere, l'8 dicembre 1748, il suo figlio più illustre. La memoria dei più anziani indica ancora "quelle che dovettero essere le pietre che ascoltarono le grida di Mario Pagano giovinetto".
La città natale ha voluto ricordare il celebrato giurista innalzando, al centro della piazza antistante il palazzo municipale, un monumento, inaugurato il 19 aprile 1890, alla presenza dei ministri Zanardelli e Lacava.
Il consiglio comunale adottò, però, la decisione di costituire un comitato promotore per la realizzazione del monumento, molti anni prima, precisamente con delibera del 3 ottobre 1873 n. 72. In quella occasione il consigliere Giuseppe Perrelli, nel presentare la proposta all'assemblea consiliare, pronunziò, in aulico stile, un dotto ed eloquente discorso, ricco di enfasi e di pathos:
'Cittadini Consiglieri. Quando sul finir dello scorso secolo nella parte Occidentale del continente Europeo il sole della libertà spuntò sull'orizzonte tenebroso del Medio Evo, un raggio potente e luminosissimo se ne vide balenare fra noi nella virtuosa ed inimmolata Repubblica Napoletana, che costò poi la vita ai nostri più illustri per ingegno, per valore, per virtù pubbliche e private. In quell'altalena di predominio tra il vecchio e il nuovo, quando questo come ideale di pochi Eletti incomincia ad affermarsi nel mondo della realità per addivenire un giorno scienza e desiderio di tutti; e raggiungervi il suo completo trionfo; martire della libertà e vittima della slealtà inescusabile dell'Inglese Nelson, e della feroce sete di vendetta di una paurosa tirannide, fra altri cittadini chiarissimi e intemerati, veniva rapito immaturamente alla Scienza e alla patria l'autore erudito dell'Esane politico di tutta la legislazione Romana; il pubblicista coscienzioso e profondo, cui fu attribuito il merito di avere coi suoi Saggi Politici splendidamente commentato il Vico nella Storia eterna dell'umanità; lo statista e giureconsulto insigne, preposto all'alto onore di formulare la legislazione della Repubblica, del cui governo egli era parte notevolissima; il criminalista filantropo, che aveva dato alla luce le Considerazioni sulla Procedura Criminale, tradotte in tutte le lingue,perché segnano un’epoca gloriosa negli annali della civiltà, precise pel lavoro mirabile della storia delle varie procedure, e che poi non poté vedere pubblicati i principii di Procedura penale e la Logica del probabili nei giudizi criminali, altri pregevolissimi lavori da lui rimasti inediti. Non è mestieri che io vi dica di più perché voi riconoscete in questo sommo filosofo, storico, criminalista, letterato e legislatore, che spirò l’anima nobilissima nel 1799 sul palco dei malfattori, reo solamente di aver amato la Scienza, la verità, la patria e l’umanità il nostro grandissimo, sventurato e coraggioso concittadino Francesco Mario Pagano. La Storia, che nelle sue pagine indelebili scrive a caratteri di sangue i delitti dei potenti e le virtù dei migliori, dové dire di lui che "né filosofo più acuto, né filantropo più benevolo mai si pose a voler migliorare quest'umana razza e consolare la terra, e che morì qual era vissuto placido, innocente e puro, pianto con pari affetto da tutti coloro che credono che lo sforzarsi di felicitare l'umanità è merito, lo straziarla delitto" (1) e quindi lo stesso Botta scrisse "non potersi dir peggio dell'età nostra, che un Mario Pagano sia morto sulle forche" (2). Un chiarissimo filosofo vivente in un suo trattato “Dell'anima" intitolato Mario Pagano (3), è scritto in forma di dialogo tra due dei prigionieri della fossa del Castelnuovo, che erano, al dir di Colletta, diciannove di numero, ma di smisurata virtù (4), così fa narrare al barone Poerio (5) l'addio di quell'incanutito nei pensieri di patria e negli stenti delle prigioni, nel licenziarsi dai suoi compagni per andare a subire quella morte che gli aveva preparato l'intima di Emma Leona (6): "Amici e patrioti addio. Di me non piangete, ch'io vado incontro della vita e della libertà; e il patibolo mi è corta strada a salire fra gl’immortali. La morte inevitabile a tutti, a noi è gloriosa; e mentre ella separa gli altri amici per lunghi anni, separa noi per solamente pochi dì, e ci vuole riunire tutti e per sempre... Io non desidero vendicatori uscenti dalle nostre ossa, perché, non dubito in guisa alcuna del frutto copioso di sangue che noi versiamo. Forse più generazioni si succederanno di vittime e di Carnefici; ma l’Italia è Sacra e starà eterna" (7). Se queste memorande parole non sono perfettamente le stesse pronunziate in quell'ora fatale, e riferite dal Poerio scampato a quella tremenda strage, restano sempre il verdetto di uno scienziato contemporaneo sulla grandezza d'animo del nostro Pagano come pensatore, cittadino, Italiano e Filantropo, meritatamente annoverato fra i benefattori dell'umanità... 
Ed in vero questa pagina imperitura nella storia era dovuta a colui che dopo aver logorato la vita pel miglioramento dell'umanità, ed in difesa degli sventurati, dopo aver esulato a Roma e nella Repubblica Cisalpina per amore della libertà, dopo aver servito prima con l'ingegno e poi anche col Cranio la Repubblica del suo paese, condotto innanzi a coloro che nella turpemente nota Giunta di Stato profanava l'ufficio sacro di giudici con inique pose da carneficii al servizio infame della reazione imperterrito rispose "reputare inutile ogni difesa, essergli continua malvagità degli uomini e tirannia di governo odiosa la vita, sperar pace dopo la morte" (8). Signori, or che quel sangue à prodotto i frutti preveduti per l'unione della nostra Italia sotto libero reggimento, è debito sacro di giusta gratitudine il rammentarsi di coloro che a prezzo del loro sangue glorioso ci resero più care le conquistate libertà. Mario Pagano è una colonna miliaria nel cammino progressivo dell'umanità, ma non perciò egli cessa di essere una gloria Italiana, la più splendida illustrazione nella moderna civiltà della già gloriosa Lucania, il solo grande genio di questa nostra Brienza, in cui egli ebbe i natali nel 1748, e che è pur patria di altri elettissimi e peregrini ingegni, che gli succedettero, per la qual cosa incombe a noi più stretto il dovere di perpetuare visibilmente la memoria di tanto martire e scienziato con far sorgere nel nostro abitato un monumento, che ricordi alle future generazioni le virtù di lui, e la riverente gratitudine dei posteri. Interpretando quindi il comune desiderio di quanti abbiamo l'onore di rappresentare questo Comune, e di tutta la cittadinanza, io v'invito a sciogliere questo debito soavissimo di patria riconoscente, proponendovi la seguente deliberazione. Il Consiglio, Prendendo l'iniziativa di una sottoscrizione per un monumento a Mario Pagano in questo abitato di Brienza, sua patria, delibera stanziarsi per tale uso la somma di Lire 1000, nel Bilancio del 1874, ed altrettante in quello del 1875 e passa alla nomina di un comitato promotore".