Gertrud non si è fermata ad Eboli
di Maria Ausilia D'elia
Ecco la versione originale (evidentemente senza correzioni, questa volta) della lettera che mi giunse, nel settembre di due anni fa, da Gertrud Stiefler, la svedese che aveva scelto di trascorrere tre mesi qui a Brienza.
A metà tra un italiano napoletanizzato imparato in pochissimo tempo e in un paese in cui la gente parla prevalentemente in dialetto, e una mescolanza di altre lingue anglosassoni e neo-latine (svedese, danese, tedesco, inglese, francese, spagnolo e - ultima in ordine di apprendimento - una lingua dell'Europa dell'Est, il bulgaro), questo scritto, chiaro, essenziale e gradevolissimo alla lettura per le simpatiche, ma quanto mai coraggiose imperfezioni grammaticali (considerato che la lingua scritta è molto più difficile di quella parlata), non è soltanto una cronaca di viaggio.
L’interesse, lo sguardo attento e vigile, la curiosità, ma soprattutto il rispetto con cui Gertrud si è saputa guardare attorno, meritano, a mio giudizio, qualche riflessione e possono forse insegnarci qualcosa.
Gertrud è una giovane svedese, rigorosamente alta, bionda e con gli occhi azzurri, che ha viaggiato molto; ha studiato per qualche tempo negli Stati Uniti e spera di intraprendere la carriera giornalistica (è peraltro convinta che essere poliglotta non sia sufficiente, continua a scrivermi infatti che deve imparare ancora tante cose). Ma, a dispetto della pessima immagine della doma svedese, luogo comune alla cui diffusione ha contribuito in parte anche certo cinema di terz'ordine, nel suo soggiorno a Brienza non ha scandalizzato nessuno, limitandosi a solleticare la curiosità di quanti non riuscivano a spiegarsi perché mai, "con tanti posti belli che ci sono in Italia", una persona possa scegliere una permanenza così lunga in un piccolo paese lucano.
Più volte to avuto l'opportunità di intrattenermi su quest'argomento con lei, che, del carattere freddo e scostante dei popoli nordici (altro luogo comune?), non ha assolutamente nulla, rivelandosi invece ragazza cordialissima e particolarmente aperta alle relazioni umane.
Dunque perché proprio Brienza?
All'inizio questo paese è stato per Gertrud un punto di approdo abbastanza casuale, mentre casuale non è poi stata la decisione di fermarsi qui per tre mesi. Voleva conoscere l’Italia dove non era ancora venuta, ma voleva anche evitare di vivere in una grande città, dove non sarebbe stata altro che un'anonima turista, cartina e sacco a pelo, i cui unici rapporti con gli italiani si sarebbero limitati alla cortese richiesta di una informazione e ad una altrettanto (si spera!) gentile, ma telegrafica risposta. Tutto questo non le interessava. Mi disse un giorno che per conoscere "l’Italia famosa nel mondo", Roma, Firenze, Venezia, la Sicilia (alcuni di questi posti li ha comunque visitati) ecc., certamente non le sarebbe mancata un'altra opportunità, mentre chissà se avrebbe potuto vivere con gli italiani e all'italiana per tanto tempo una prossima volta.
Mi sembra che questo sia un modo abbastanza interessante di concepire un viaggio all'estero o comunque un soggiorno in un ambiente sociale, culturale e umano per tanti aspetti diverso dal proprio.
Credo che per Gertrud viaggiare, conoscere nuovi paesi non sia come indossare gli abiti dello spettatore e recarsi a teatro per assistere a qualcosa di stravagante; non sia come fermarsi davanti ad una porta e guardare ciò che avviene al di là della medesima, attenti a non avvicinarsi mai troppo e sempre pronti ad allontanarsi appena le circostanze, noiose, banali o eccessivamente ed insopportabilmente quotidiane, lo rendano consigliabile. Ritengo invece di poter affermare che per lei questo tipo di esperienza sia soprattutto una possibilità di crescita, di arricchimento dai punti di vista umano e culturale, una possibilità di vita quindi, significando pertanto coinvolgimento, partecipazione, desiderio di fondersi, per quanto ciò sia possibile, e, perché no, di confondersi nell'ambiente al quale si sceglie di avvicinarsi. Una metropoli probabilmente le avrebbe negato questa opportunità e avrebbe quanto meno reso più difficile l'integrazione, mentre tutto questo qui a Brienza è avvenuto.
E così Gertrud è diventata la ragazza che abitava ai prefabbricati di San Giuliano, che lavorava alla Casa di Riposo, che si fermava a chiacchierare per strada con la gente, che faceva delle lunghe e monotone passeggiate per la piazza cercando di dare una spiegazione e un senso a quell'abitudine così strana a suo avviso; che andava a Battipaglia a raccogliere pomodori e meloni e la sera mi veniva a raccontare il suo stupore, la sua meraviglia ed anche il suo sgomento per l'assurdità di quel sistema e di quella situazione; che si mostrava interessata ai costumi ed alle tradizioni culturali del nostro paese e non taceva il suo disappunto per lo stato di abbandono in cui versa il castello e tutta la rocca medioevale di Brienza. ln definitiva Gertrud è rimasta per poco tempo la turista svedese che incuriosiva un po' tutti, diventando presto una presenza amica e quasi abituale. E ciò grazie alla sua volontà di non polarizzare su di sé, come elemento estraneo, l'attenzione dei brienzani, e al suo grande desiderio di immergersi il più possibile in una realtà nuova che voleva conoscere dall'interno. Intento nel quale è riuscita con disinvoltura laddove ciò fosse realizzabile; con qualche sforzo, alleviato dalla sua ormai provata capacità di adattamento, nei casi in cui fosse più difficile. Tuttavia sempre con un ammirevole senso di rispetto per le diversità che, a suo parere, non devono servire a misurare la distanza o la superiorità di una cultura, di una società rispetto ad un'altra, quanto piuttosto a stimolare l'interesse conoscitivo degli individui e ad un reciproco e produttivo scambio di idee.
Mi pare quindi che questa lettera, già abbastanza interessante, a prescindere dal contenuto, per il solo fatto di essere stata scritta (dimostrazione ulteriore che neanche quelle linguistiche debbano o possano costituire barriere insormontabili), sia prova di un atteggiamento mentale di apertura e di progresso che, spero, non abbia lasciato nessuno indifferente.