Il restauro degli affreschi di S. Maria degli Angeli

Chirurgia d’urgenza per un’opera d’arte

Di Mauro Franzesini

L’ampio programma di recupero avviato dalla Sovrintendenza ai Beni Artistici e Storici di Matera nell’immediato post-terremoto, ha rapito all’imminente rovina alcune delle testimonianze più interessanti del patrimonio artistico di Brienza: il ciclo di affreschi della Cappella di S. Maria degli Angeli.  Opera di Giovanni De Gregorio detto il Pietrafesa (Satriano di Lucania 1569 – Pignola 1636), tra i più noti pittori operanti in Basilicata nel XVII secolo, gli affreschi sono stati realizzati nella prima metà del Seicento (presumibilmente tra il 1622 e il 1629, epoche di fondazione e completamento della cappella).

I dipinti, gli unici di questo artista esistenti a Brienza, riprendono temi più volte trattati dal pittore lucano. Nella parete di sinistra, entrando, sono raffigurati S. Antonio di Padova (ricorda molto da vicino le opere su tela dipinte per la chiesa parrocchiale di Missanello e per la chiesa di S. Francesco a Pietrapertosa, quest’ultima del 1631) e l’Immacolata Concezione; sulla parete di destra sono ripresi la scena dell’incontro tra S. Francesco e S. Domenico e un bel dipinto della Madonna.

Sulle pareti della zona presbiterale,  divisi ed incorniciati in distinti riquadri, sono raffigurati episodi legati alla vita della Madonna: la Natività di Maria e S. Gioacchino e S. Anna che presentano Maria fanciulla al gran Sacerdote, a sinistra; a destra invece è raffigurata la visita di Maria ad Elisabetta e Zaccaria. Il secondo riquadro è del tutto cancellato. Sull’altare l’immagine centrale della Madonna è di diversa fattura e opera di una mano molto più rozza ed artigianale. Del  Pietrafesa sono invece le due figure laterali (S. Pietro a sinistra e S. Paolo a destra) e i tre profeti ripresi nella lunetta che chiude l’arco della parete centrale. Sulla volta, infine, l’Incarnazione della Vergine anticipa chiaramente l’opera su tela che il Pietrafesa eseguì per la chiesa di S. Antonio di Tito nel 1629.

Solo un paziente e scrupoloso intervento ha permesso il recupero di queste opere.

MOTIVI D’INTERVENTO

Gli affreschi, già gravemente danneggiati perché ubicati in una chiesa abbandonata da tempo con continue infiltrazioni d’acqua dal tetto e dalle finestre senza infissi, avevano subito ulteriori danni in conseguenza del sisma del 1980 che aveva provocato profonde lesioni sull’intera struttura muraria e sui dipinti che, ad una prima ricognizione, si presentavano quasi completamente staccati dal supporto murario e scialbati in tutta la loro superficie.

Per quasi due anni dopo il terremoto essi hanno inoltre sofferto l’esposizione agli agenti atmosferici che ha provocato ulteriori crolli e la formazione di durissimi carbonati e l’ammuffimento dei velatini messi a protezione degli stessi.  In seguito, sia per evitarne il crollo, sia per permettere l’intervento agli operatori della Soprintendenza ai Monumenti, si è deciso per un distacco parziale (100 mq degli interi 160), operando in zone come la presbiterale che era la maggiormente danneggiata, ed in altre per permettere il consolidamento dell’intera struttura muraria.

Per i dipinti restanti si era deciso, con la direzione dei lavori, il consolidamento “in loco”.

OPERAZIONI DI RESTAURO

La fase del restauro vero e proprio ha previsto vari interventi eseguiti in diverse fasi. ln primo luogo, è stata necessaria una pulitura sommaria del sudiciume accumulato in superficie per permettere una buona adesione dei velatini da incollare sugli affreschi da staccare. Dopo un po' di tempo, poiché i vecchi velatini erano ammuffiti, è stato necessario sostituirli con in nuovo doppio strato incollato agli affreschi con Paraloid B72 diluito in clorotene; ad esso si è aggiunto uno strato di tela patta.

Dopo questa fase 'preliminare' si è provveduto a staccare gli affreschi. L'operazione di stacco è stata eseguita utilizzando lame d'acciaio per tagliare l’intonaco a tergo dei dipinti, preventivamente ancorati a delle controforme in legno utili sia per adagiarci i panelli staccati sia come piani d'appoggio per la lavorazione degli stessi. Una volta staccati i dipinti si è provveduto ad assottigliare l'intonaco retrostante, fino a portarlo ad uno spessore di circa mezzo centimetro e ad incollare su di essi un doppio strato di velatino con caseato di calcio ed uno di tela patta (per avere, nell’eventualità di un futuro restauro, uno strato d'intervento). L'utilizzo di pannelli di poliestere, col sistema a nido d'ape, ha permesso di ricomporre gli affreschi staccati dalle pareti, mentre per quelli della volta è stata inserita un'anima metallica trattata con antiruggine e resina di poliestere; l'incollaggio dei dipinti ai panelli, invece, è stato effettuato mediante resina di poliestere e talco industriale.

Diversa è risultata l’operazione svolta sulla parte anteriore degli affreschi. Dopo aver effettuato la rimozione dei velatini utilizzati per il distacco con impacchi a tempo di cotone idrofilo e diluente nitro, sono stati rimossi con lo stesso solvente i residui di colla e meccanicamente i vari strati di ridipintura e i durissimi carbonati con lungo e paziente lavoro di frese e bisturi.

La pulitura finale della superficie pittorica è stata effettuata con acido acetico e bisturi. La fase di stuccatura delle lacune reintegrabili, eseguita  sottolivello a tinte neutre, è stata realizzata con gesso di Bologna e colla animale, per le piccole, e utilizzando uno stucco composto di tufina del posto, granello di calce e colla vinicola, per le grandi.

La fase conclusiva del restauro, infine, prevede la reintegrazione pittorica ad acquerello, per consentirne la reversibilità, il rimontaggio degli affreschi nella chiesa di provenienza, la stuccatura, il ritocco delle giunture e il completamento degli intonaci (con le stesse tinte e grane dei neutri all'interno dei pannelli) per l'intera superficie non affrescata.