Mentre la mongolfiera va
Si, volare, però…


Caro Direttore, cari amici della redazione, per accordo intercorso con voi avrei dovuto astenermi dall’impugnare la penna e dal farvi giungere questo mio intervento per il secondo numero di Vertigo.
Condivido tuttora le considerazioni che ci hanno consigliato di scegliere la strada del 'dosaggio' e me ne ripeto convinto tutte le argomentazioni fondate su innegabili ragioni di ‘opportunità’.
Permettetemi, però, almeno per una volta di venir meno agli impegni assunti e accordate benevolmente la vostra attenzione a questa mia.
Vertigo ha librato in cielo, or sono tre mesi, la sfera limpida della sua mongolfiera. Il rischio di abortire (ti ricordi, caro Direttore?) è stato scongiurato. Ma altri e non meno temibili rischi insidiano la rotta.
La difficoltà di ottenere il consenso, per iniziative come questa, è grande. Soprattutto direi poi, a Brienza (e ognuno ne conosce le ragioni). Vertigo ha iniziato bene. Ha fatto parlar bene di sé, ha colpito favorevolmente, per certi aspetti ha impressionato. Caro Direttore, avevi ragione: “se dobbiamo uscire, dobbiamo uscire bene”. Ce l’hai fatta, e noi con te.
Ora però c’è da superare un ostacolo forse ancora più grande di quello del parto: farla crescere, sta creatura. E allora, caro Direttore e cari amici della Redazione: pronti? Certo che sì.
Voglio comunque parteciparvi alcune mie riflessioni al proposito.
Vertigo nasce da un gruppo abbastanza omogeneo di persone: etichettato, nella comune opinione, il gruppo; etichettate le persone. Abbiamo per ora (o almeno spero) scongiurato il pericolo di far passare anche questa per una spudorata operazione ‘di parte’: ed è tanto per un ambiente che riesce a stento a misurare cose, persone e avvenimenti fuori dagli abusati schemi che appiattiscono oltre ogni immaginazione tutti gli accenti di diversità, tutte le acrobazie della mente, le delusioni, le speranze, le sconfitte proprie di ognuno.
Durerà questo ‘atto spontaneo di condivisione’? Caro Direttore, tu lo sai bene e in un certo senso ce lo hai pure insegnato: Vertigo ha bisogno vitale di quel clima e dietro Vertigo ne abbiamo bisogno noi. Noi tutti che amiamo (di un amore ostinato e oserei dire ‘disperato’) questo luogo e questa gente, quest’ambiente. Ma Vertigo ha anche bisogno di superare quella forma asettica, quasi filtrata, in cui è stato concepito e realizzato il suo primo numero. Un periodico che vuole informare avrà inevitabilmente da mostrare la faccia delle cose e spesso pure quello che ci sta dietro. E ancor più inevitabilmente ciò potrà urtare qualcuno: quelli che non condivideranno le nostre opinioni. E allora, Direttore e amici della Redazione? Cesserà, statene certi, il clima di simpatia e si ricadrà negli schemi: saremo allora quelli che siamo sempre stati e che tutti sono sempre stati. E sarà proprio allora che Vertigo verrà a soffrire il suo essere di provincia, quando tenterà di ‘essere di frontiera’.
Questa contraddizione latente ci perseguita: ce ne accorgiamo tutti noi. Ma non ho suggerimenti da offrire. È forse proprio perché noi tutti ci sentiamo intimamente combattuti da questo dilemma senza possedere risposte che molti di noi hanno deciso di abbandonare per un attimo la penna. Perché Vertigo, si spera, cominci a ‘pensare con la sua testa’ e ci offra, quasi d’incanto la soluzione.
Ma, caro Direttore, avverrà tutto ciò? Temo, con tutta sincerità, proprio di no. E allora?
Non allarmarti se scorgi un pizzico di troppo smagato realismo in queste mie parole. So bene e lo sai altrettanto bene tu che tutti daremo fino in fondo il nostro meglio.
Crescerà quindi Vertigo? Senz’altro, se si comprenderà almeno parte di quanto si agita nei ostri cuori e nelle nostre menti: se sapremo noi mostrarci sempre all’altezza, con imparzialità, coraggio, obiettività, coerenza; se sapranno gli altri riconoscere l’onestà di quello che diremo e, in ogni caso, la buona fede. “La montagna ha partorito il topolino”, obietterà qualcuno. Ma, per la verità, ‘hic sunt leones’: qui c’è tutto il senso delle nostre difficoltà presenti.
Sapevi, Direttore, di quel tale che con tutta sincerità ci ha detto: “È da queste cose (riferendosia Vertigo, ndr) che si misura la crescita di una comunità”? Quando avremo convinto molta gente di questa sacrosanta verità, allora si l’augurio tuo “Vertigo: quattrocento di questi numeri”, rimarrà davvero consacrato.
Dimenticavo: la torta era davvero buona!

Dino Collazzo


Brienza, 10 maggio
San Cataldo
Carissimo Dino (voglio chiamarti sempre, col semplice diminutivo del tuo nome di battesimo, driblando a bella posta formule tradizionali, cavilli anagrafici, titoli contingenti e analoghe ipocrisie verbali: così ti sento più vicino el parente, del collega e dell'amico che già sei per me),
cosa diavolo succede?
Dapprima tu scrivi in punta di cuore questa lettera, aperta soprattutto a mille dubbi, splendida e ambigua quasi fosse un raggio di sole che, se inizialmente illumina e ricrea, ben presto finisce per rendere la pelle - indumento dell'anima - bruna e secca.
Poi qualcuno mi presenta le sue lapidarie, "irrevocabili dimissioni quale componente il comitato di redazione di "Vertigo", adducendo "motivi di opportunità" e sottolineando la pur legittima intenzione di "permettere alla 'rudimentale sfera di Vertigo di librarsi in cielo' senza una zavorra che potrebbe impedirle di spiccare il volo".
Infine una serie di imbarazzanti malintesi spinge la mongolfiera verso la nebbia e siamo costretti a correggere la rotta.
Che significano, che nascondono simili circostanze? Quali interpretazioni dare? Malo d'aria, fifa di volare, vertigini da altezza, sensazione di vuoto? "Contraddizione" più o meno "latente"? Arrivederci e grazie a "imparzialità, coraggio, obiettività, coerenza, onestà, buona fede"? No davvero. No, no e no. Quanto sopra non ci riguarda, non ci tocca, non ci sfiora nemmeno. Nel nostro caso, anzi, ad ogni decisione corrisponde sempre una discussione, ad ogni azione una ragione e - perché no? - ad ogni lettera aperta una riflessione conclusiva. Il tutto col timbro del comune accordo o magari dell'intesa perfetta.
A chi legge e giudica può bastare tanto. Noi non dobbiamo spiegare altro. Pazienza se dopo "come i posti in cui non si vivrà / come la gente che non incontreremo / tutta la gente che non ci amerà / quello che non facciamo e non faremo / anche se prendi sempre delle cose / anche se qualche cosa lasci in giro / non sai se è come un seme che dà fiore / o polvere che vola ad un respiro".
Adesso di che non vale la pena di aggiungere manco mezza parola! Del resto, dire più e meglio di Francesco Guccini è pretendere troppo da un direttore piccolo piccolo.
Piccolo ma fortunato, orgoglioso dei propri collaboratori e gelosissimo della loro amicizia.
Una sola raccomandazione ai miei, ai nostri compagni di viaggio e di avventura: in... penna, ragazzi! E per te, Dino, calorosi auguri di buon onomastico.

Adriano