Cresce l'impegno culturale
DAL MODELLO TELEVISIVO AD UNA PARTECIPAZIONE DIRETTA (1)
di Franco Bruno
In una società come quella attuale, basata essenzialmente sulla "cultura dell'immagine", i mezzi di comunicazione di massa hanno soppiantato ogni altra forma di interscambio informativo. E così, avvalendosi di una tecnologia in continua e costante espansione, un ruolo di primaria importanza in tutti i settori della vita quotidiana è stato stabilmente assunto dalla televisione, che da semplice "elettrodomestico" (ricordate la arguta e lapidaria definizione di Eduardo?) è diventata, ormai, una componente importante e a volte irrinunciabile del nostro contesto sociale.
Politica, costume, letteratura, informazione e spettacolo sono rimasti ingabbiati da questo potente mezzo, tant'è che non esiste avvenimento dei loro rispettivi campi di azione che non venga fagocitato, triturato, analizzato, spiegato ed esposto dallo stesso. Va da sé che tutte le categorie sociali ne siano, oggi più di ieri, influenzate e a volte condizionate. I comportamenti, le mode, le discussioni del giorno dopo non possono e non vogliono più prescindere dal cosiddetto "effetto televisione".
L'equazione "fatto reale-l'ha detto la tv", a volte fallace ed insincera, è un dato sempre più ricorrente.
La tv, grazie ai mezzi elettronici, ai satelliti, è diventata una finestra sulle realtà del mondo che ci circonda: un mondo ridotto alle dimensioni (macluhaniane) di un villaggio globale in cui tutti si conoscono e comunicano fra loro.
L'offerta della televisione, sia essa di stato o commerciale, sottoponendo a dura prova il potere di assorbimento del telespettatore, si è fatta sempre più indiscriminata, chiassosa, schiamazzante, e l'iperbole ha finito per costituire il vero metro di misura di tutte le cose.
Da qui un'incalzante corsa al "più grande", al " più bello", al "favoloso", al "mai visto prima".
Mai i bottoncini del telecomando, restituendoci la parvenza di una libertà d'iniziativa, sono stati tanto schiacciati! Ma dal bottone al botto collettivo, per sopraggiunta saturazione, ci corre poi tanto? Eppure la sensazione che se ne ricava è che da tanto bailame, da tanti fuochi d'artificio sparati all'impazzata non riesca a venir fuori nessun autentico cambiamento, nessuna reale innovazione che giustifichi stupore ed approvazione.
Il linguaggio che pure era stato elemento di coesione per le varie genti d'Italia, realizzando la vera unità sociale "del Paese, è rimasto immobile agli stereotipi e al modello di quelli utilizzati 20-25 anni fa, con l'aggravante di intessere ogni proposta di enfasi retorica che si insinua tra i quizzes demenziali, i giochini a premio e i concorsi miliardari, sotto l'ala protettiva dei sempre più invadenti e condizionanti sponsors pubblicitari. Ogni trasmissione è qualitativamente attestata su livelli di mediocrità. Ma piace! E allora? Ben venga!!!
L'idiozia delle riviste di varietà (o di quel che resta di questo genere) è imperversante; i toni del cattivo gusto preoccupanti; il livello medio dell'informazione è scaduto a livelli prima impensabili perché subordinato al pagamento di onerosi tributi alle combriccole di parte, all'elevazione di soggetti di dubbia personalità ed al servile ossequio dei potentati economici. E per amor di Patria si vuol tacere dei dibattiti pseudo-culturali che degenerano in diatribe o addirittura in risse da osteria (Mixer Cultura docet!).
Quello che conta, in sostanza, è ottenere un alto indice di ascolto! E quello di gradimento, dove è andato a finire? L'audience è ormai il termometro regolatore della programmazione televisiva: le idee latitano, i meccanismi spettacolari sono sempre più logori, ma tutto ciò non preoccupa più del dovuto la gran massa degli spettatori, che a questo punto non riesce a distinguere con discernimento la qualità delle proposte offertele, e, dopo aver mostrato interessi più o meno reali per le stesse, cade nel circuito vizioso dell`assuefazione, palesando anche di provare un certo qual (perverso) gusto. E così, correndo in soccorso dei vincitori immeritatamente saliti sul podio, anche i mezzi informativi legati all'editoria osannano i nuovi "eroi" televisivi con pagine e pagine apologetiche, centuplicando l'interesse, a volte morboso, per nuove forme di spettacolarità. Di conseguenza, non ci si stupisce se l'informazione argomentata, l'incontro-scontro serio su qualsiasi altro avvenimento, non costituendo più un polo di interesse primario, vengano relegati in spazi sempre più angusti.
Una discussione ragionata senza sponsor di parte non trova più diritto di cittadinanza, non solo negli ambiti radiotelevisivi ma anche in quelli giornalistici.
E la tv, la stampa (un certo tipo di stampa) non sono altro che delle spie, segnali sintomatici della società dei consumi che avanza implacabilmente, macinando ogni avvenimento.
Consequenzialmente, tutto ciò comporta un'accentuata deconcentrazione mentale, con restringimento dei tempi e degli spazi di riflessione. In tempi bruciati dalla fretta e dominati da arrogante arrivismo, la vita delle nostre città, vittime del traffico e delle inefficienze, scorre così, sospesa tra banalità e volgarità. Non esiste sfogo, né diversivo costruttivo in alternativa alle stagnanti forme che vengono proposte.
Il piacere di assistere alla rappresentazione del nuovo e dell'insolito è andato via via scemando, nel momento in cui tutto è entrato a far parte della società dello spettacolo: il gesto dell'atleta insieme allo spot del detersivo, l'intervento del politico frammisto alla scena d'amore. Nel gran calderone televisivo bollono assieme informazione e spettacolo ed i contorni degli stessi risultano sempre meno riconoscibili, diluiti dagli intermezzi pubblicitari, asserviti all'efficacia assorbente dei pannolini e alla morbidezza della carta igienica!
Purtroppo, risulta doloroso ammettere che il processo diseducativo e di disalfabetizzazione prodotto dalla tv (e i reiterati inviti allo stravolgimento lessicale operato dai Frassica di turno ne sono la riprova!) procede rapidamente verso il traguardo della omogeneizzazione dei programmi e delle immagini al più basso livello culturale. Eppure, una reale esigenza di affrancamento da questa situazione cieca e artificiosa si avverte ed è concreta.
Il pericolo di ritrovarsi a pensare poco e a manifestare riso (o pianto) perché obbligati a farlo a comando dinanzi a ovvietà melense, come in uno dei tanti Drive In televisivi propinatici, diventa sempre più minaccioso ed incombente.
Per sconfiggere l'appiattimento mentale e sottrarsi al livellamento totalizzante è cresciuto il desiderio di informarsi e di saperne di più, di farsi coinvolgere in emozioni che non comportino l'effetto di mediazione della tv. Sotto questa luce è da considerare l'interessamento sempre più serpeggiante verso altre forme di spettacolarità e un diverso impiego del tempo libero: l'aumento costante delle presenze, specie giovanili, a mostre, concerti, teatri, convegni, ed una significativa inversione di tendenza al cinema ne sono la dimostrazione.
La nostra particolare predilezione si indirizza al campo dell'attività teatrale, pur non disconoscendo la nobiltà delle altre espressioni artistiche.
TEATRO come celebrazione della condizione umana; teatro come spazio mentale, palestra di idee sulle quali confrontarsi; teatro come operazione dello spirito e della poesia, come luogo di incontro umano e centro di proliferazione e crescita culturale. E troppi rinunciano, ancora, al rito del teatro, come del cinema, in sala, con tutte le implicazioni sociali e sociologiche che quella 'cerimonia' comporta. La crescente solitudine dell’individuo nella società di massa, alimentata anche dalla tv, ha favorito per reazione un rapporto di personalizzazione fra spettatore ed evento spettacolare, come accaduto ad esempio nel caso del film, che da sempre ha avuto un luogo deputato, il cinema, per la celebrazione rituale.
°°°° CONTINUA°°°°
(la seconda ed ultima parte verrà pubblicata sul prossimo numero)