QUEL PICCOLO FORO DI VIA ARCHI

 Di Mariano Collazzo

  

La notte del 20 settembre 1825 Battista Fortunata, di cinque giorni, viene ritrovata projetta da Teresa Sasso “involta in una fascia di tela bianca, avendo una cuffia di tela in testa, ed un piccolo pannolino usato”. Agnese Lopardo, la notte del 7 ottobre 1826 ritrova esposta “innanzi la porta della casa” in contrada S. Michele, un bambino “involto in una fascia di panno lacero e con una cuffia in testa di tela anche usata” che “apparisce esser nato da giorni otto” al quale viene dato il nome di Gabriele Felice. Un bambino, nato da quindici giorni, “involto in una fascia di cottone bianco avendo una cuffia di tela usata in testa, con un cartellino addosso indicante le parole: fu battezzato alli quindici di novembre, il nome si chiama Raffaele”, viene ritrovato da Catalda Palladino la notte del 2 dicembre 1838.

Sono solo pochi esempi, tra le centinaia di bambini abbandonati a Brienza, nel corso del XIX secolo, dai loro genitori.

Come è facile presumere, il luogo dell’abbandono varia lungo il corso del secolo. Infatti, i bambini venivano lasciati in punti diversi del paese: davanti alla porta dell'abitazione delle mammane, in campagna, davanti a botteghe o - ancora – davanti alla porta di nobili palazzi. Solo nella seconda metà del secolo fu istituita anche a Brienza la ruota degli esposti, ancora oggi esistente. All’inizio di via Archi, infatti, sulla sinistra, lo sguardo del visitatore curioso viene attratto da un’abitazione, contrassegnata dal numero civico 7, che a primo acchitto non presenta alcuna particolarità rilevante, ad eccezione di un foro (lungo 17,5 cm. E largo 16 cm.) praticato sulla sinistra, in alto, della porta d’ingresso.

Dietro questo foro, all’interno, è possibile scorgere una ruota di legno girevole con un’apertura (lunga 45 cm. e larga 38 cm.) che corrispondesse dentro e fuori della casa medesima, “di maniera che si potessero mettere i bambini nella Ruota dalla parte di fuori, e girandosi si potessero accogliere dalla parte di dentro”.

La routa, inoltre, doveva essere provveduta di un campanello, “nel muro interno, col cordoncino al di fuori, per darsi con esso il segno” quando un bambino veniva esposto. Appena il campanello veniva suonato, una donna, a ciò addetta, portava il bambino al parroco così da potergli somministrare il battesimo.

Dopo di ciò, questi bambini venivano assegnati a delle nutrici alle quali il Comune passava un sussidio per poterli allevare.

In alcuni casi, tra le fasce che vestivano queste creature, si trovava una schedula sulla quale era stato annotato se il bambino era stato battezzato, il nome che gli era stato dato, nel caso che il neonato avesse ricevuto il battesimo, il nome da dargli in caso contrario. Quando erano i parroci o le mammane ad attribuire i nomi ai neonati, e ciò si verificava nella maggior parte dei casi, questi sbizzarrivano letteralmente la fantasia nel dare i nomi ai bambini. Ne riportiamo alcuni: Luigi Gonzaga, Maria Vittoria Emanuela Italiana, Federico Barbarossa, Beatrice Cenci, Carlo Borromeo, Antonio Di Nazaret, etc..

Un fenomeno dunque curioso, singolare, accattivante quello dell’esposizione, che da sempre ritroviamo non solo nella storia, ma nella mitologia e nella letteratura, dai livelli più alti (da Plauto e tutta la letteratura dell'800) a quelli folkloristici (la novella: Hansel e Gretel, Tredicino, Biancaneve, sempre per motivi diversi sono esposti). Ma quanti e quali interrogativi si nascondevano dietro quel piccolo foro di via Archi?