L'ULTIMO MASSARO

Un racconto inedito

di AURELIO ZUROLI

Granuli di neve si rincorrevano nell'aria sospinti dalla gelida tramontana. Le rare persone che si trovavano per strada procedevano con passo cauto per tema di scivolare incappando in qualche tratto ghiacciato coperto dal velo di neve che si era depositata.

Avevano i baveri dei cappotti o dei mantelli alzati per tentare di riparare le orecchie dolenti per il freddo. Luigi, intirizzito pure lui, si dirigeva verso casa; passando davanti al bar pensò di entrarvi un momento per vedere se ci fosse stato Michele lo spaccalegna. La moglie gli aveva ricordato prima di uscire che c'era bisogno di legna piccola, non si poteva fare il fuoco solo con i grossi ciocchi. Entrò e si sentì mancare Il respiro. L'aria era appesantita da un denso fumo che si sprigionava dalle pipe e dalle sigarette degli avventori. Si fermò nei pressi della porta girando lo sguardo intorno alla ricerca di Michele. Da uno dei tavoli, intorno a cui sedevano cinque o sei persone intente a chiacchiere e a bere birra, si alzò un giovanotto, vestito abbastanza bene e con la barba rasata di fresco. Si avvicinò con volto sorridente a Luigi che rimase in forse, l'altro continuò a guardarlo in attesa di essere riconosciuto. Infatti subito dopo Luigi esclamò:

- Ueh, Vincè: non ti avevo riconosciuto. Come stai? - e gli tese la mano.

- Abbastanza bene - rispose quello stringendogliela.

- Veramente non ii avevo riconosciuto. Quando sei arrivato?

- Verso mezzogiorno, ho viaggiato tutta la notte.

- Chissà che folla per le feste. I treni saranno affollatissimi. hai trovato almeno posto?

- Ma io sono venuto con la macchina. Sai, ne ho comprata una di seconda mano.

- Ah, si! disse Luigi non dissimulando per niente il suo stupore

- Ma hai imparato a guidare là? Che lavoro fai?

- Lavoro in una grande stalla, dove ci sono più di venti vacche. Mi pagano bene e siamo anche favoriti dal cambio ma... ci siamo fermati qui... Venite, bevete una birra con noi. - disse prendendolo amichevolmente per un braccio e dirigendolo verso il tavolo dove gli amici erano rimasti in attesa.

Erano tutti contadini: piccoli proprietari, mezzadri, braccianti come lo era Vincenzo, il giovane che aveva avvicinato Luigi.

Quest'ultimo apparteneva ad una famiglia di grossi proprietari; la loro condizione era certo migliore di quella degli altri ma l’impegno non era diverso. Dall’alba al tramonto, col solleone o con la tramontana, come quella sera, bisognava sempre essere presenti e, all'occorrenza, dare anche una mano. Subito dopo la fine della guerra le cose erano andate un poco meglio; ii grano manteneva un buon prezzo e gli operai si accontentavano di bassi salari. Poi erano cominciati ad arrivare in abbondanza gli aiuti americani; l’emigrazione, prima per l'America e poi per i paesi europei, aveva richiamato i giovani lasciando nel paese Solo gli anziani e, data la scarsezza di manodopera, i salari erano saliti. Le spese erano tante e oltrattutto la famiglia doveva mantenere un certo decoro. Ora arrivava Vincenzo che era stato un operaio, era elegante e si permetteva di offrire da bere ad amici e conoscenti.

Chiacchierando gli confidò che aveva intenzione di comprare la casa in cui viveva in fitto, con i risparmi fatti. Il mondo stava cambiando. La macchina lui poteva continuare a sognarla. Ma, in fondo, per loro gente di campagna, a cosa poteva servire?

Bevve l'ultimo sorso di birra e si alzò.

- Voi mi scuserete ma io devo tornare a casa altrimenti mia moglie si impensierisce. Capirete, con questo tempo!

- Certo - rispose Vincenzo - ma ci rivedremo durante le feste!

- Quanto ti trattieni?

- Fino al tre gennaio. Il cinque devo riprendere servizio.

- Allora avremo tempo ... ah! dimmi, hai visto Michele lo spaccalegna?

- È uscito poco prima che voi arrivaste - rispose uno della compagnia.

- Sarà andato a casa, vado a vedere - disse e salutò tutti - Statevi bene.

Uscendo una folata di vento per poco non gli portò via il cappello; fece appena in tempo a trattenerlo con la mano. Si diresse verso la casa di Michele e giunto avanti alla porta chiamo:

- Michè.

La porta si aprì appena e sulla soglia comparve una donna di mezza età. Appena ebbe riconosciuto l'uomo esclamò cerimoniosamente:

- Oh, don Luigi, entrate ché fuori fa freddo.

- No grazie: vado di fretta. Volevo dire a Michele che mi venisse a spaccare due legna.

- Ancora non si è ritirato. Appena torna gliela faccio lo l'ambasciata  - rispose premurosa la donna.

- Grazie. buona sera.

Luigi andò via e la porta subito si richiuse. Ormai era buio del tutto; si diresse verso casa. La neve continuava a cadere in forma polverulenta e aveva ormai coperto tutto il terreno da dove qualche folata di vento la rimuoveva mulinandola lontano. Luigi entrò in casa, si tolse il cappotto e lo scosse per farne cadere la neve che vi era attaccata. La moglie gli andò incontro.

- Perché hai fatto tardi? - chiese.

- Mi sono fermato al caffè a cercare Michele io spaccalegna. - rispose dirigendosi al camino dove gli altri gli avevano fatto posto.

- fa molto freddo? - gli chiese il padre.

- È un tempaccio che non si aspetterebbe in questo periodo, sembra febbraio.

- È caduta molta neve?

- È troppo freddo per nevicare in abbondanza. Ma la terra è tutta coperta di neve farinosa.

- Hai dato al coloni gli ordini necessari?

- Ho detto loro. di stare attenti: sanno quello che devono fare! - rispose con tono che dimostrava quanto la domanda gli sembrava inutile. Allungò i piedi verso ii fuoco poi aggiunse - Nel caffè ho incontrato Vincenzo "perlocchè". È arrivato oggi per le feste.

- Àh.si? - chiese il padre con affettuoso interesse - era un buon operaio.

- Sta bene ... è venuto con la macchina e si vuole comprare la casa.

-Ah ... si vede che ha fatto fortuna. Ma con la macchina di chi è venuto?

- La sua. Se l'è comprata. - rispose Luigi guardando il padre per osservarne le reazioni.

Ha comprato la macchina e l'ha guidata di là fin qua. Ma se appena sapeva tirare l'aratro tirato dai buoi!

- Eppure ... !

Il dialogo si interruppe: padre e figlio avevano allungato le mani verso il fuoco e guardavano la fiamma della legna che bruciava. I due seguivano lo stesso pensiero in modo diverso. Dopo un poco il padre continuando a guardare il fuoco riprese Il discorso:

- Una volta si emigrava per comprarsi la casa e un pezzo di terra. Ora invece ci si compra la macchina ed altre fesserie. La gente ha perso il senso del risparmio, pensa solo all'oggi e non al domani. La madre e la moglie di Luigi avevano finito di apparecchiare la tavola ed invitarono tutti ad accostarsi.

Il mattino dopo Luigi si svegliò presto come al solito. Dalle fessure delle imposte filtrava una luce chiara, doveva essere tardi, però non si sentiva nessun passo, nessuna voce di richiamo dei vicini. Pensò che durante la notte poteva esser caduta molta neve. Si girò nei letto cercando di riprendere sonno ma si sentì scuotere dalla moglie.

- Luì. deve essere tardi. Credo che stanotte abbia scaricato molta neve.

- Credo anch'io la stessa cosa. - rispose Luigi girandosi verso di lei.

Avanti alla porta della loro camera si udirono dei passi pesanti, doveva essere il padre. Luigi si alzo ed andò a socchiudere un'imposta guardando fuori. Non si era sbagliato, la neve era veramente tanta. Ritornò a letto con un brivido dl freddo.

- È giorno. C'è mezzo metro di neve. - disse.

- Natale con la neve, Pasqua con il sole. disse.

- Già ... dopodomani è Natale! 

- Io mi alzo; bisogna preparare qualcosa per le fette. Alzati pure tu così mi ammazzi i polli e il tacchino; tanto, oggi in campagna non potrai andarci.

- Va bene; vai, lasciami stare ancora un poco. non c'è fretta!

Lucia si vestì in fretta poi si volse verso il marito che fissava intensamente il soffitto.

- A che pensi? - gli chiese.

- A niente di straordinario - rispose scostando la coperta ed alzandosi.

Si vestì in fretta, prese un coltello e scese nella stalla: scannò tre polli e un tacchino che portò su alla moglie la quale aveva già messo l'acqua sul fuoco per spennarli. Luigi era dominato da una violenta insofferenza per cui la moglie disse:

- Per qualche giorno devi aver pazienza, non potrai andare in campagna. Vedi quanta neve c'è?

- Appunto, vorrei approfittarne per fare qualche servizio in paese. Ma non so da dove cominciare.

Andò nei bagno e si lavò. L''acqua gelida gli snebbiò completamente le idee. Si guardò allo specchio; aveva la barba lunga, doveva passare dal barbiere; ma no, forse era meglio rimandare ai giorno dopo così sarebbe andata bene anche per il giorno di Natale. Uscì dal bagno, infilò il cappotto, prese il cappello e si diresse alle scale.

- Luigi - lo chiamò la madre, lui si fermò in attesa - quando torni passa per la dispensa e prendi un paio di "suppressate"(1) serviranno per "l'affettata"(2).

- Va bene. - si limitò a rispondere.

Nella strada la neve era alta, vi si affondava fin sono il ginocchio; Il manto immacolato era rotto solo da poche orme. Continuò così fino alla piazza ove alcuni ragazzi giocavano a tirarsi palle di neve. Tirò diritto fino al bar che trovò quasi deserto.

Si avvicinò al banco.

- Un bicchierino di anice - chiese.

- Eh, con questo freddo, ci vuole - notò il barista.

- Ma era più freddo ieri. - osservò Luigi.

- Certo, ieri spirava la tramontana. È nevicato cosi abbondantemente proprio perché sl e posata.

- Veramente abbondante! Dimmi un poco, si è visto Vincenzo "perlocché"?

- Ancora no. Credo che dorma. Ieri sera fecero bisboccia fino a tardi.

Luigi fu contrariato dalla notizia, ma non c'era niente da fare. Non sapeva giocare a carte, tuttavia si rivolse agli unici tre paesani seduti a un tavolo.

- Che fate? Vogliamo fare una partita a carte?

I tre lo guardarono stupiti. Mai lo avevano visto seduto a un tavolo da caffè a giocare a carte e in questi locali ci entrava solo e sempre per necessità. Uno del tre rivolgendosi agli altri due disse:

- Certo è morto qualche lupo al bosco (3), ma non per la neve! - gli altri risero e Luigi si unì a loro.

- Cosa giochiamo? - chiese uno.

- Quello che volete. - rispose Luigi distrattamente guardando la porta nel cui vano si delineava un nuovo avventore.

La partita a scopa si svolse tra i continui richiami a Luigi da parte del compagno. Tutti conoscevano le sue scarse capacità ma a ciò si aggiungeva una palese disattenzione sui fatti più elementari. Per Luigi era quasi una pena dover giocare, ma lo aveva chiesto lui e quindi non poteva farne colpa a nessuno. Persa la prima partita Luigi e il compagno chiesero la rivincita che fu subito accordata dalla coppia vincente. Il cartalo stava mischiando quando arrivò Vincenzo. Luigi fece per alzarsi ma si contenne, si limitò a chiamarlo:

- Vince', vieni qui. prendi qualcosa. - poi rivolto ai barista

- vedi che vuole Vincenzo.

Luigi continuò a giocare sempre peggio. Sembrava quasi che gli errori fossero intenzionati per accorciare i tempi. Consumarono della birra che bevve contro voglia, era digiuno e gli andava giù a mala pena. Salutò i compagni di gioco e si appartò in un angolo con Vincenzo.

- Senti, gli disse appena seduti - raccontami un poco come vengono condotti i lavori là dove stai. Le terre sono migliori delle nostre?

- Macché, sono uguali; solo che loro non le coltivano a grano. Hanno tutti grandi allevamenti di vaccine.

- E tu le portavi al pascolo?

- Ma no, mangiano nelle stalle e si fanno uscire ogni tanto a prendere aria nel prato intorno alla stalla. Io, insieme al padrone, davo da mangiare, staccavo i cannelli delle mungitrici, facevo le pulizie e spandevo il letame nei campi.

Luigi passava di sorpresa in sorpresa. Gli sembrava strano che del buon letame venisse usato per l'erba che cresce spontanea. Cercava di capire quella gente che, pur essendo proprietaria terriera, comprava il grano perché non ne produceva; così pure per la frutta, il vino e gli ortaggi. Solo riuscì a capire la convenienza sia dal lato della razionalità del lavoro che da quello del profitto. Vincenzo lo ragguagliò più o meno su tutto, con molti particolari e, a conti fatti, dovette rendersi conto che l'agricoltura in quei posti doveva essere molto redditizia. Vincenzo stesso ne era la prova più evidente. In paese, pur lavorando come un dannato, a stento riusciva a tirare avanti; dal lavoro dell'emigrazione invece aveva la possibilità di comprarsi la casa e finanche la macchina...! Quaggiù ce l'hanno solo i professionisti e qualche raro benestante. magari comprata d'occasione. Non riusciva a capacitarsene. Ritornò a casa rimuginando questi pensieri. Si andava sempre più convincendo che anche quella del contadino è un'arte che va sempre rivista ed aggiornata. Però ... dei proprietari terrieri come loro che avrebbero dovuto comprare il grano ... questo lo lasciava perplesso.

- Che si fa in giro? - gli chiese il padre una volta in casa.

- Quasi niente. C'è poca gente. Con questa neve e questo freddo ognuno preferisce restare in casa.

- lo l'ho pensata come loro ma in casa si muore di noia. Tu dove sei stato?

- Ho fatto qualche serviziuccio - rispose evasivamente Luigi

- Poi al bar ho incontrato Vincenzo.

- Ah, - fece il padre - che altro ti ha detto?

- Ha continuato a parlare dei suo lavoro. Quelli la pensano in modo tutto diverso da noi. Per ogni cosa c'è una macchina, perfino per mungere.

- Mungono con una macchina? - chiese il padre stupito.

- Certo, viceversa un paio di persone quanto ci impiegherebbero a mungere due volte al giorno più di venti vacche!

- Io sono meravigliato. in paesi che dicono più civili dei nostri i grossi proprietari ancora praticano la pastorizia.

Forse per questo i nostri emigranti, tutta povera gente, si trovano bene.

- Ma non fanno i pastori come da noi. E guadagnano molto di più.

- Anche le terre saranno diverse. Ma grossi proprietari che fanno i pastori  ... bah ...  - concluse poco convinto.

*  *  *

Passando attraverso i filari della vigna spesso Luigi era costretto a fermarsi per spezzare qualche tralcio che, essendosi troppo allungato, si era avviticchiato ad altri rami impedendo il passaggio. Tutte le piante dimostravano una particolare vigoria sia nei tralci, lunghi e robusti, che nella quantità dell'uva. Le speranze non erano andate deluse; il sovescio di favette fatto l'anno prima stava dando buoni risultati. A meno che non si fosse verificato qualche inconveniente, l'annata si prevedeva ottima. Circa tremila viti in quella sola vigna, poi c'era l'altra. Ma quella che stava visitando era la migliore. Posta su un leggero declivio a ridosso di una collina esposta a mezzogiorno, lì si posava il primo raggio di sole al mattino e lì si dissolveva l'ultima luce del tramonto. Anche il terreno era ottimo, breccioso e poco compatto offriva frescura alle radici anche col sole più cocente.

Tutto andando bene si sarebbero dovuti ricavare una trentina di quintali di vino. Bisognava quindi provvedere alle botti e a tutto il resto; ma soprattutto alle botti che, in parte, erano ancora piene di vino vecchio. Aveva già avuto alcune richieste perché, come ogni anno, per la mietitura c'era sempre bisogno di consistenti quantità di vino. In quella occasione la fiasca era sempre in giro a causa dell'arsura provocata dal gran caldo e dalla polvere. La vendita dei vino nelle famiglie era diminuita a causa delle importazioni che si facevano di questo prodotto. Ma quello era vino fatto col bastone e la gente, in buona parte, preferiva ancora quello genuino. C'era poi da considerare la grande concorrenza fatta dalla birra che, nelle pubbliche cantine, stava sostituendo il vino. Insomma i problemi nati nel dopoguerra erano soprattutto legati alla difesa del prodotto locale, ma l'impresa non appariva molto semplice. Si diresse verso il piano, ad osservare il campo di grano che ondeggiava alla lieve brezza del mattino quasi come se facesse un'accoglienza festosa al vecchio amico che lo aveva sostenuto fin dal primo spuntare dei teneri germogli. I chicchi nelle spighe cominciavano a rassodarsi. Era sempre uno spettacolo suggestivo ammirare un campo di grano che si avviava a maturazione. Tutto questo, però, capitava ormai a poca gente, a coloro che veramente amavano la terra e seguivano passo passo il nascere, il crescere e la trasformazione del grano in pane. Il tutto avveniva con amore e competenza. Quante volte, da bambino, la madre lo aveva mandato dal mugnaio a chiedere se le macine erano fresche o stanche di martellatura per decidere quando andare a macinare il grano, il granone o altro. Ora la gente andava in negozio a chiedere pane fresco, e basta. Le cose si stavano trasformando profondamente in tutta la società. Nei tempi andati ogni famiglia confezionava il pane necessario al bisogno di una settimana e lo infornava nel forno a legna di cui ogni casa era dotata.

Altri tempi! Era inutile continuare a macerarsi l'animo nel rimpianto dei tempi che costituivano un ricordo solo per la gente di una certa età. Meglio non far conoscere questi pensieri ai giovani altrimenti ne avrebbero riso. Ognuno continua a vivere nel tempo della sua giovinezza che appare come il momento più bello della storia intera; le amarezze, le disillusioni, si sfumano e resta solo la nostalgia di qualcosa che non c'è più. Per il resto della vita ci si lascia andare, tutto al più si fa qualche sforzo per cercare di adattarsi alle nuove situazioni. In questo caso spesso però ci si sente ridicoli. Stava giungendo nei pressi della masseria quando vide, in fondo al sentiero, la moglie che gli veniva incontro con volto sorridente.

- A che ora sei venuto, non ti ho sentito alzare.

- Era molto presto, stava facendo giorno. Sono venuto a dare uno sguardo qua perché poi voglio andare al Sicardo.

- Con un giorno che c'eri mancato cosa volevi che fosse successo?

- Tante cose possono succedere in un giorno. Specie la vigna ha bisogno di continua sorveglianza. Ma tu, come sei venuta?

- Col calesse di zio Michele che è venuto a prendere un agnello da regalare al sindaco. Ora ritorno con lui. Ti ho portato qualcosa da mangiare così se farai tardi non resterai digiuno come un cane.

Luigi la guardò con tenerezza. Si volevano veramente bene; il loro era stato un matrimonio d'amore, in un certo senso contrastato anche dalle famiglie; ma non c'era stato niente da fare. Ricordava il loro primo incontro; lo ricordava perché era stata lei a richiamarglielo alla memoria, lui se ne era del tutto dimenticato.  A quel tempo aveva diciassette o diciotto anni, era un bel giovanotto che le ragazze da marito circuivano nella speranza che si decidesse al matrimonio. Un giorno d'autunno a causa di una improvvisa pioggia, Luigi era andato a scuola con l'ombrello per prelevare il fratello minore. Arrivò un po' tardi, erano andati via tutti, solo il fratello e una compagnetta arano al riparo davanti al portone, timorosi di affrontare lo scrosciare della pioggia. Luigi arrivò saltellando per evitare le pozze e il torrente di acqua che arrivava da monte. Si fermò anche lui sotto il portone e guardò i ragazzi.

- Beh. siete rimasti soli. - disse poi

- Sono venute le mamme con gli ombrelli a prendere tutti. - rispose il ragazzo.

- Aspettiamo un poco che passi questa furia, se no, ci bagneremo lo stesso.

Posso venirmene con voi? - chiese timidamente la ragazza, una brunetta dai grandi occhi.

- Certo, Lucia - rispose prontamente Luigi - tanto più che facciamo la stessa strada!

Infatti la ragazza abitava in un vicolo vicino alla loro casa.

Lentamente la pioggia rallentò il suo ritmo e Luigi decise di avviarsi con i due ragazzi. Arrivata nei pressi della sua casa Lucia ringraziò e prese la rincorsa. Trovò la mamma pronta con l'ombrello che stava per andarle incontro.

- Perché non hai aspettato? Ora mi sono ritirata e stavo per venire a prenderti.

Mi ha accompagnata Luigi del massaro che è venuto a prendere il fratello Antonio.

- Tre persone sotto un ombrello! Per forza dovevate bagnarvi!

- Ma non ci siamo bagnati molto.

- Va bene, comunque vai a cambiarti il vestito, se no potresti prenderti un bel raffreddore.

La ragazza andò nell'altra stanza e ne ritornò poco dopo, con un vestito asciutto. La madre era intorno al fornello su cui bolliva una grossa pentola mentre da un pentolino proveniva odore di aglio fritto.

- Che stai preparando, mamma? - chiese la ragazza.

- Pasta e fagioli; a te piace, no?

- Certo che mi piace. - rispose la ragazza allegramente - Sai mamma che Luigi e un bel ragazzo?

- Che te ne intendi tu di bei ragazzi. E poi, quello è ormai un uomo non un ragazzo.

Lucia non rispose; preferì tacere. Quello fu il loro primo incontro che lei non aveva mai dimenticato e quando era in vena di nostalgia lo raccontava al marito. Da quei glomo, diceva, non lo aveva mai perso d'occhio e aveva trepidato ogni qualvolta lo aveva visto in compagnia di qualche ragazza da marito. Fu quando lei aveva compiuto i quattordici anni e Luigi ne aveva all'incirca venti, che quest'ultimo se la trovò di fronte, come dama. in una quadriglia.

- Lucì - disse al colmo della sorpresa - come sei cresciuta!

Era veramente una bella ragazza, alta, già tutta formata, con un sorriso smagliante. Per il resto della serata fecero quasi coppia fissa. Luigi si meravigliava, come mai, pur abitando vicini, non l'avesse notata. Da quella sera cominciò a guardarla sempre più insistentemente e con sempre maggior interesse contraccambiato dalla ragazza. Le famiglie non vedevano la cosa di buon occhio, quella di Luigi perché non la riteneva idonea a far parte di una famiglia di massari, il padre di Lucia era falegname; la famiglia della ragazza perché non voleva che la figlia si dedicasse a lavori pesanti come quelli della campagna. Ma il mondo stava prendendo altre vie. Dovette costatarlo con una certa amarezza una sera il padre di Luigi, Pasquale, che, mentre ritornavano dalla campagna si rivolse al figlio dicendogli:

- Senti, Luigi; io da diverso tempo ti volevo dire una cosa. Fece una pausa quasi come se volesse essere incoraggiato a proseguire. Ma il figlio rimase muto; allora proseguì:

- Da qualche tempo mi dicono che vai appresso alla figlia di mastro Gaetano, ma quella non è cosa per te. Oh, non per altro, ma quella di campagna non ne capisce niente.

- Ma la campagna la devo curare io, che c'entra lei?

- C'entra, c'entra. Pensa se vorrai consigliarti, lei cosa ti potrà dire?

- Ma voi pensate sempre alle stesse cose. Non vorrei farvi torto, ma la moglie me la devo scegliere io, perché io me la dovrò tenere per tutta la vita, se Iddio vuole.

Da allora non si tornò più su quell'argomento fino a quando si dovette procedere al fidanzamento ufficiale. Luigi e Lucia, tra la sorpresa di tutti, erano veramente felici. Avevano due figli: Raffaella, una femminuccia di sette anni. e Pasqualino,  un maschietto di cinque.

*   *  *

Padre e figlio guardavano quello spettacolo sconsolato senza profferir parola. La violenta grandinala aveva abbattuto il grano che ora non ondeggiava più come l'ultima volta che lo avevano visto. Erano bastati dieci minuti di tempesta a creare quello squallore desolante. Le foglie degli alberi, in buona parte per terra, erano tutte lacerate ed afflosciate. Il paesaggio aveva assunto un aspetto quasi irreale, era tornato a splendere un sole cocente in un cielo limpidissimo così che il disastro appariva in tutta la sua drammatica realtà. Il grano non era del tutto maturo, e chissà se fosse maturato bene; per la mietitura in queste condizioni occorreva certamente una manodopera doppia. L'uno aggiunto all'altro aveva vanificato tutte le speranze cullate fino a quel momento.

- Se fosse stata erba, poco male - disse Luigi rompendo l'amaro silenzio che durava da parecchio.

- E quanti animali avresti dovuto avere? - chiese li padre.

- Proprio questo è il fatto di cui parlava Vincenzo a Natale.

- Ancora Vincenzo! Ma quelli sono paesi diversi. Noi cosa ne faremmo di tanto latte e di tanti vitelli? Senza contare poi la figura di fronte ai paesani; i massari che fanno i pastori.  No, assolutamente - concluse.

Si diressero verso la vigna nella segreta speranza di trovarla in migliori condizioni; ma già da lontano dovettero amaramente convincersi che le cose non stavano meglio. l pampini non erano riusciti a riparare i grappoli che sembravano colpiti da una frusta maneggiata con violenza vandalica.

- Bisogna portare oggi stesso qualche uomo a irrorarla per salvare il salvabile. - disse Pasquale rassegnato.

- Ma che volete salvare più? Pensiamo a conservare per noi il vino che resta in cantina altrimenti l'anno venturo dovremo comperarlo.

Presero la via del ritorno; più volte furono costretti a fermare il calesse da amici incontrati per strada che chiedevano come erano andate le cose da loro;  era un lamento generale. Questa era la vita del contadino, sempre con le spalle aperte (1) per il timore di perdere da un momento all'altro tutto il lavoro fatto. A tavola Pasquale cercò di consolare i familiari.

- Pazienza. In tutti i mestieri possono capitare guai. Il peggio è che a noi capitano più spesso che agli altri. Un anno la grandine, un altro il gelo, un altro ancora la nebbia e così via.

Nessuno rispose. era già troppa l'amarezza che ognuno aveva dentro per volerla sommare a quella degli altri. Nel ricordo di Luigi affioravano sempre più insistentemente le parole di Vincenzo e si amplificavano ossessivamente come il fragore di un tuono che, iniziato in modo ovattato, scoppia poi in una successione di crescenti che culminano in un  fragore pauroso. Bisognava uscire da quei vecchi schemi, tentare vie nuove, soprattutto se già collaudate con esiti soddisfacenti. Uscì di casa senza neanche salutare e si diresse verso la casa di Vincenzo sperando trovarvi la moglie. Era sulla porta che stava uscendo.

- Buongiorno, Caterì; volevo chiederti un piacere - disse.

- Se posso - rispose la donna.

- Vorrei l'indirizzo di Vincenzo.

- Proprio oggi e arrivata una lettera. Dice di star bene. Ora ve ne dò la busta, dietro c'è l'indirizzo. - così dicendo entrò in casa e ne uscì poco dopo con una busta. - Eccovela - disse porgendogliela.

La prese e, porto un fugace saluto, voltò le spalle ed andò via seguito dallo sguardo perplesso della donna. Si ritirò a casa e scrisse la lettera che aveva in animo, subito si sentì sollevato.

Per tutto il resto dell'estate si svolse una fitta corrispondenza con Vincenzo ed al principio dell'autunno era tutto a posto. Il suo vecchio bracciante aveva provveduto a sistemare le cose trovandogli un posto di lavoro presso il suo stesso padrone. Ne mise ai corrente i familiari, che finalmente si spiegarono alcuni strani comportamenti ma non furono d'accordo manifestando il loro pieno dissenso; soprattutto il padre che chiarì:

- Che vergogna! Il figlio di un proprietario come me che va a lavorare come gente. senza arte né parte.

- lo non vado a lavorare perché qui non avrei niente da fare ma semplicemente con lo scopo di vedere cose nuove. Questo vecchio mondo bisogna rinnovarlo, se vogliamo sopravvivere, altrimenti avverrà che i figli dei proprietari diventeranno braccianti al servizio dei loro vecchi operai.

- Io sono vecchio. Ho dato tutta la vita alla mia terra e non l'abbandonerò mai. Preferisco morire povero piuttosto che tradirla.

*  *  *

Sembrava la vendemmia della tristezza. Non un canto, non un richiamo di allegria per mostrare ceste colme ottenute da poche viti, come negli anni precedenti. Molte volte più che grappoli si raccoglievano raspi con qualche stento racimolo. Non c'erano estranei tranne i familiari del colono, non ce n'era assolutamente bisogno. Molto prima del tramonto il lavoro era già stato completato, nessun commento, nessuna previsione sulla quantità né sulla qualità del vino che se ne sarebbe ricavato. Pasquale si diresse in cantina dove uno del figli del colono stava pigiando l'uva con i piedi in una bassa tinozza. Il poco mosto che fuoriusciva veniva versato nel grosso tino insieme alle magre vinacce. La tristezza pervadeva tutti ma il volto di Lucia era l'espressione più chiara di questo stato d'animo; gli occhi umidi, lo sguardo inseguiva lontane chimere; non scambiò una parola con nessuno. Erano dieci giorni che non riceveva lettere dal marito e questo appesantiva la situazione già poco allegra.

Forse non stava bene o stava attraversando una fase di lavoro intenso che non gli lasciava neanche il tempo di scrivere, forse ... Un sottile tormento cominciò a prender posto nel suo animo. Luigi era un bel giovane e le donne gli erano state sempre dietro. Ma lui le voleva bene non avrebbe mai fatta una cosa simile. E se qualcuna lo avesse circuito con arti particolari addirittura affatturandolo? Tutto era possibile! Ma lei avrebbe fatto di tutto per salvare il suo amore e l'unione della famiglia. Per una persona innamorata, in momenti simili con c'è maggior tormento che quello di seguire la propria immaginazione ed in questo caso Lucia ne era la vittima. Non sapeva uscirne pur facendo mille tentativi. A letto, nonostante la stanchezza stentò a prender sonno e il mattino dopo, ben presto andò da Caterina per cercare di sapere qualcosa, nel caso avesse ricevuto qualche lettera recente. Caterina la rassicurò nel modo più assoluto; aveva ricevuto una lettera proprio il giorno prima e non faceva alcun accenno a difficoltà di qualsiasi genere. Tornò a casa e cominciò a rammendare la veste della figlia; le mani le tremavano perciò non riusciva a dirigere l'ago nel punto giusto. Arrivò la suocera, dl ritorno dal granalo e comprese il suo dramma.

- Figlia mia - disse - Non preoccuparti. Vedrai, tutto si aggiusterà. Forse Luigi ha deciso di venirsene e vorrà farti una sorpresa. Stai tranquilla.

Lucia scoppiò in un pianto dirotto; la suocera non cercò di consolarla con altre parole, le si sedette accanto e le cinse le spalle con un braccio tenendola così per tutto il termo che continuò a piangere. Quando si fu calmata aggiunse:

- Ti ha fatto bene sfogarti. Ora aggiungo che il mio cuore di mamma è convinto che Luigi sta bene e ti vuole bene come sempre. Ne sono proprio certa!

*  *  *

L'autobus, finita la salita in successione di curve, aveva assunto nel falsopiano un ritmo più sciolto e si dirigeva verso la curva che si affacciava nell'altra vallata. Luigi si girò a guardare la massiccia torre che troneggiava sul cocuzzolo del monte che stavano costeggiando: poi guardò il paesello fissando lo snello campanile seicentesco che si elevava elegante in mezzo alle povere case porgendo a tutti il suo saluto, di buon viaggio, o di ben tornato a seconda dei casi. Quante volte vi era salito a prendere qualche nido di piccioni avventurandosi sulle sgangherate scale a pioli: quante volte, specie durante le feste, aveva data una mano al vecchio sagrestano a suonare le campane! Tempi lontani che suscitavano ricordi di piccole, grandi gioie. Ora il rumore del motore quasi non si sentiva; superata la curva era cominciata la discesa e già nella valle appariva il paese vicino.

- Dove andate, Luigi? - chiese battendogli sulla spalla un paesano seduto dietro di lui.

- Voglio farmi una camminata fuori, all'estero.

- Bene, bene. Quando si esce si guadagna sempre. Come si dice: chi esce, riesce. - commentò l'altro convinto.

A Luigi questo discorso parve di buon augurio e si sentì sollevato. Non era il caso di farsi prendere da tristezza; tanto, avrebbe potuto tornare sempre che voleva, uno stretto bisogno di restare fuori proprio non c'era.

Nel tardo pomeriggio del giorno seguente giunse nella piccola stazione svizzera dove trovò Vincenzo ad aspettarlo. Le poche case sparse sul declivio di verdi prati sovrastati dalle montagne sulle cui cime si stava spegnendo l'ultimo sole. Luigi si fermò per un momento a guardare quello scenario meraviglioso che aveva già intravisto dal treno in corsa. Terre trai monti, più alti di quelli che aveva lasciati ai paese; ma quale differenza!

Non un filo di erba secca, sembrava quasi aprile.

- Ma sono sempre così verdi, quei prati? - chiese all'amico.

- Sempre. Qui piove spesso e se c'è un periodo si siccità si provvede con annaffiature.

- Di acqua, allora, ce n'è a sufficienza!

- Quanta ne vuoi. Venendo non hai visto tutti questi laghi?

 Fuori dalla stazioncina salirono sulla macchina di Vincenzo e si diressero verso la campagna. Non molto lontano apparve un complesso di fabbricati dove si fermarono.

- Quelli sono i silos per la conservazione dei foraggi cominciò Vincenzo indicando alcuni fabbricati - quelle due sono le stalle, quello è un garage, al piano di sopra c'è la nostra abitazione e questa più vicina è la casa del padrone.

Vincenzo parlava e Luigi guardava quanto gli veniva mostrato, osservando tutto con meraviglia. L'ordine e la pulizia regnavano ovunque. Ricordava le sue masserie dove il letame, portato sotto le scarpe, arrivava fino in casa ed ivi regnava un odore indefinibile; un miscuglio dl profumo di formaggio fresco, lo sgradevole odore del fumo che copriva letteralmente il soffitto con uno spesso strato e le esalazioni degli escrementi di galline sparsi in ogni dove sul selciato sconnesso del pavimento.

Entrarono nella casa del padrone ed alla sommità delle scale c'era un signore che mostrava all'incirca la loro stessa età.

- Buona sera - salutò costui con un forte accento tedesco.

- Buona sera, dottore; questo è il mio paesano, è arrivato ora - disse Vincenzo rispondendo al saluto.

- Buona sera - fece Luigi con un certo impaccio stringendo la mano che l'altro gli tendeva.

Dopo aver chiacchierato a lungo e bevuta una birra i tre si separarono. I due amici raggiunsero il loro alloggio, due stanze, cucina e bagno.

- Ora fai il bagno - disse Vincenzo - mentre io preparo qualcosa da mangiare.

Luigi avrebbe voluto obiettare che il bagno lo aveva fatto prima di partire ma si contenne al pensiero della grande pulizia che aveva notato tutto intorno.

- Dimmi una cosa - chiese - questo padrone è un medico ma conosce tutto del lavoro delle stalle.

- Altro che! Quando ha finito il giro delle visite lavora con me nella stalla. Ora tu prenderai il suo posto.

Le sorprese non erano finite. Ricordava il medico del paese sempre incravattato ed incapace perfino di mettere un chiodo nel muro. 

Erano passati due mesi dal suo arrivo e Luigi si sentiva diverso. Pur desiderando con tutta l'anima di ritornare alla propria casa la vedeva tanto lontana soprattutto perché tanto diversa. Scriveva continuamente alla moglie e ad ogni lettera riceveva sempre risposta che si concludeva con gli abbracci di ognuno elencato singolarmente. Si deliziava e leggerle e immaginava la moglie mentre scriveva. finito il lavoro ordinario eseguiva qualche lavoraccio di sua spontanea iniziativa: per questo il padrone lo ammirava e spesso gli faceva del regali ma, quello che più gli interessava, gli facevano piacere i consigli ed i suggerimenti dettati da una diversa mentalità. A sera, poco dopo cena, si coricava mentre Vincenzo usciva per trattenersi con gli amici nella vicina birreria. Una notte fu svegliato da un rumore proveniente dal sottostante garage: si alzò e, scostata leggermente la tenda della finestra, guardò fuori. La luce della luna che filtrava fra nubi poco compatte gli permise di vedere una figura femminile che si allontanava cautamente, pochi momenti dopo sentì aprirsi la porta di casa; era Vincenzo che rientrava e con tutta disinvoltura gli chiese:

- Come mai sei alzato? Forse non ti senti bene?

Luigi rimase qualche istante indeciso, poi chiese:

- Sei stato giù con una donna?

- L'hai vista? - chiese Vincenzo con molta tranquillità, quasi con indifferenza.

- Si. Ho sentito un rumore ed ho guardato dal vetro della finestra. Vince', tu sei in un paese forestiero e non puoi sapere cosa ti potrebbe succedere. E poi, se lo sapesse tua moglie?

- Per quello che può succedere qui non c'è paura, il marito è un mezzo fesso, sempre ubriaco. A parte questo, poi, qui non la pensano come da noi. In quanto a mia moglie in fine, glielo potresti dire solo tu, ma noi siamo amici e non penso che mi farai questo torto.

- Per me puoi stare tranquillo; buona notte - concluse Luigi che dimostrava il suo atteggiamento scandalizzato.

Quella notte dormì male, gli sembrava quasi di essere lui il colpevole e immaginava quali conseguenze sarebbero potute nascere da tali comportamenti. Ma quali diversità dl vedute tra quella gente e la sua; è vero che certe cose avvenivano anche in paese, però qui dovevano avvenire molto più spesso perché le donne erano completamente libere sotto molli aspetti. Le ragazze, come diceva Vincenzo, andavano a ballare da sole., senza essere accompagnate né dal padre né da un fratello, anzi,  tante volte, il fidanzato andava a prenderle a casa e le riportava a tarda notte. Godevano di una libertà inimmaginabile per Luigi che durante il periodo del fidanzamento non era stato lasciato mai solo con la fidanzata. Le ragazze erano tutte eleganti tanto da non potersi distinguere la contadina da una signora. Ricordava che quando la sorella voleva qualcosa il padre lesinava sempre tanto che era costretta a vendere una forma di cacio "rubata" dal deposito o qualche chilo di fagioli per integrare la modesta somma assegnatale. Però per quanto ci pensasse non riusciva a capire quale comportamento fosse il migliore. In questa ridda di pensieri si addormentò in un sonno agitato. Si svegliò presto e, preso un foglietto si accinse a scrivere alla moglie. Ma non riusciva a trovare le parole adatte e allora mise tutto da parte e scese nelle stalle sperando di disperdere col lavoro quei pensieri che lo agitavano. E se fosse capitata anche a lui qualcosa del genere? Aveva pensato di trattenersi fin sotto Natale ma si accorgeva ora di non poterci arrivare, sentiva il bisogno della sua famiglia, della sua casa, della sua terra. Ma non trovava il coraggio di dirlo né a Vincenzo e tanto meno al padrone, non avendo nessuna scusa valida da presentare. La sua agitazione era stata notata da tutti e il padrone che lo seguiva molto discretamente un giorno gli chiese:

- Dimmi Luigi, c'è qualcosa che non va? Forse non ti senti bene? Se è cosi dimmelo; lo sono un medico e potrei darti un aiuto.

- Vi ringrazio ma non è per me, è mia moglie che non sta bene - mentì e prudentemente portò la mano dietro la schiena facendo corna per scongiuro.

- Se e cosi - disse il medico che stimava molto Luigi - farai bene a tornartene a casa, così ti tranquillizzerai.

- Vi ringrazio, ma lasciarvi adesso  - rispose Luigi titubante - voi siete stato così buono con me ...

- Non t! preoccupare, ce la caveremo lo stesso.

Il giorno dopo gli giunse una lettera della moglie che si lamentava per il lungo silenzio. Fu come un risveglio alla realtà. fece il conto e si accorse che non aveva scritto da dodici o tredici giorni. Allora comprese maggiormente tutta l'ansia che traspariva dallo scritto. Chiese permesso, lasciò il lavoro ed andò a scrivere alla moglie annunziando il suo prossimo arrivo.

*  *  *

La festosità esuberante con cui la famiglia lo ripagò al suo arrivo lo compensò dl tutte le sofferenze. Piangevano e ridevano al tempo stesso. Era una famiglia che aveva conosciuto la separazione solo per forza maggiore, in tempo di guerra, perciò la gioia traboccava incontenibile.

- Ora basta - disse la madre ad un certo punto - prepariamo qualcosa da mangiare- poi aggiunse rivolta al figlio - Noi non sapevamo il giorno esatto del tuo arrivo per questo non c'è niente pronto.

- Scendete in dispensa - suggerì il padre - lì la roba non manca - poi si rivolse al figlio - Ora riposati. Dopo ci racconterai tutto. Avremo tanto tempo, se Iddio vuole.

Le due donne si diedero da lare chi ai fornelli chi a provvedere al necessario. Per insaporire il sugo fu preso del salame sotto sugna. Dalla porta si sentì chiamare, era Luisa, sorella di Luigi, passava a salutare avendo saputo dell'arrivo del fratello; rimasero a pranzo pure loro, mangiarono e bevvero, l'emigrante più di tutti rigustando i vecchi sapori che tante volte aveva desiderati in quella lontana terra. Il vino, a tavola era un'altra cosa; altro che birra, anche se della migliore qualità. E poi, il sapore del salame e del pecorino che pizzicava la punta della lingua; burro e marmellata nulla potevano al loro confronto! Quella notte Luigi dormì sodo, era stanco di quasi due giorni di viaggio; al mattino però si alzò presto, come al solito. Fece piano per non svegliare la moglie che, ormai rassicurata e tranquilla recuperava il sonno perduto in tante notti. Il padre era già in piedi e si aggirava per casa senza sapere cosa fare. Quando vide il figlio il suo viso si illuminò come quando, bambino, lo vedeva corrergli incontro tendendogli le braccine.

- Ora, in attesa che le donne si alzino -disse sottovoce temendo di disturbare chi dormiva - raccontami qualcosa di ciò che hai fatto e visto.

- Ci vorranno diversi giorni per raccontarvi tutto. Sono stato lassù meno di tre mesi ma le cose che ho visto in questo tempo non sarei riuscito ad immaginarle neanche in tutta la vita. Sono cose da non credere. Già il fatto che il padrone della stalla è un medico che lavora con gli operai qui scandalizzerebbe tutti.

- Quando ce lo mandasti a dire - lo interruppe il padre - mi veniva quasi da non crederci. Un medico che pulisce le stalle! - e arricciò le labbra scuotendo la testa.

Il racconto si protrasse a lungo. Sentimenti di stupore, meraviglia, scandalo si succedevano nelle brevi espressioni di Pasquale a commento di quanto il figlio andava dicendo. Anche Luigi riviveva emotivamente quanto raccontava ed il giudizio conclusivo che se ne ricavava era che, se pur qualche aspetto non lo trovava d'accordo per il resto era tutto accettabile e da adottarsi. Questo in special modo per quanto riguardava le innovazioni da portare nella conduzione dei lavori in campagna. Il padre al contrario non era d'accordo e, pur seguendo il discorso del figlio, sognava ad occhi aperti campi che sembravano ondeggianti di grano con le spighe turgide e gli steli lucidi che sembravano produrre uno scintillio sotto i raggi del sole. Provò ad immaginare gli stessi campi invasi da erbe, gli venne un brivido al pensiero delle serpi che vi si potevano annidare.

- Macché. quelle sono altre terre. - disse convinto.

- Sentite - replicò pazientemente Luigi - voi mi avete affidata la cura della masseria grande e siete stato contento dei risultati. Ora quella io la lascio ad Antonio - che era l'altro fratello - e prendo quella piccola condotta da lui. Fatemi fare questa esperienza - concluse con voce di preghiera.

- Luigi, tu sei intelligente e lavoratore ma non hai l'esperienza che ho io. Ti assicuro che sarà un fallimento, vedrai.

In quel momento, come se si fossero data la voce, entrarono nella stanza le due donne. Raffaella e Lucia e il discorso fu interrotto.

*  *  *

Pur sicuro dei buon sito dei suo tentativo ogni tanto veniva assalito da qualche dubbio che però riusciva presto a fugare col ricordo dell'esperienza fatta in Svizzera. Tuttavia per evitare, nel caso malaugurato che il padre avesse avuto ragione, che l'esperimento  inghiottisse i risparmi di anni di lavoro, decise di mantenersi in limiti modesti; così se le cose fossero andate male non ci avrebbe rifosto molto. Quattro o cinque vacche di razza sarebbero state sufficienti. La spesa non sarebbe stata eccessiva se avesse venduto i vecchi buoi che erano anche utilizzati nei lavori del campi. Naturalmente si sarebbe dovuto provvedere con un trattore ai lavori necessari. Pensò anche di aumentare il numero delle pecore; gli agnelli, la lana ed il formaggio pecorino erano di sicuro smercio. Volendo evitare al massimo gli errori ne discusse anche col colono che, se pure giovane e di mentalità aperta, non fu in grado di infondergli coraggio. I se e i ma affioravano troppo spesso tra le sue parole. Ma Luigi non vi dette troppo peso, era saldamente convinto della bontà del suo progetto e guardava lontano. Alla prima fiera, quella di gennaio, vendette i buoi; naturalmente il ricavato non avrebbe potuto coprire le spesse preventivate per l'acquisto di vacche di razza ed una sera ne parlò col padre per chiedergli la differenza necessaria.

Questi si mostrò molto disponibile. - Va bene - disse - voglio accontentarti in tutto cosi se le cose dovessero andar male non potrai fame colpa a nessuno.

- Vedrete, non fallirò; potrà andare meno bene di come prevedo ma sempre meglio di come è andato per il passato.

Io non faccio previsioni precise ma, da quando vivo, non ho mai sentito parlare di pastori più ricchi dei massari. Anzi. I pastori sono stati sempre più poveri e da tutti considerati gente da niente.

- Una volta, forse, ma voi sapete che anche un medico fa il pastore, come voi dite.

A questo punto il padre non trovò risposta da opporre e preferì tacere. In attesa dell'arrivo delle vacche, che Luigi aveva richieste a mezzo del consorzio agrario, il terreno fu tutto arato, concimato e vi fu seminata la lupinella dopo di che si procedette all'erpicatura. Non era certo il momento migliore, dal punto di vista stagionale, comunque si cercava di ottenere il massimo possibile; negli anni a venire si sarebbe proceduto con maggiore razionalità rispettando tempi e modi. Anche la stalla fu sistemata con criteri tali da rispondere alle nuove esigenze. Luigi cercò di sfruttare al massimo le conoscenze acquisite adattandole alle vecchie strutture. Ogni tanto il padre si recava a vedere i lavori e molte volte chiedeva spiegazioni al figlio su aspetti che non lo convincevano. Quest'ultimo intanto andava informandosi presso amici che avevano qualcuna di quelle vacche per sapere i loro pareri.

Si rese subito conto, però, che la gente non era del tutto sincera, un poco per un certo senso di invidia verso chi voleva fare l'innovatore radicale, ma soprattutto perché temeva la concorrenza nella vendita dei prodotti. I lavori furono ultimati appena in tempo per l'arrivo delle vacche che fecero sgranare gli occhi dei vicini. Erano degli esemplari veramente splendidi e forse avrebbero potuto dare la resa di cui si parlava. Anche Pasquale dovette ammettere che gli ossuti, piccoli buoi portati al pascolo dai pastori non avevano nulla a che fare con quegli animali grandi e ben pasciuti ma principalmente pulitissimi. Qualche giorno dopo furono portati alla vicina stazione di monta.

La primavera, dal punto di vista climatico, andò bene; piogge sufficienti si alternarono a periodi di tempo buono e l'erba era abbondante e rigogliosa. La falciatura, operata dai contadini in modo tradizionale, durò diversi giorni. Quando fu conclusa Pasquale chiese al figlio:

- Quest'anno per il fieno è andata bene, ma basterà per tutto l'anno?

- Solamente questo, no di certo. Dovremo fare almeno altri due raccolti.

- Altri due raccolti! E se non pioveva più, come quasi sempre  succede, quale fieno raccoglierai?

- In questi giorni mi arriva la pompa per prendere l'acqua dal fosso in modo da poter innaffiare i prati, così otterremo altri raccolti di erba.

- E l'orto come lo innaffieremo? - chiese il padre con una certa preoccupazione. - Tu sai che l'acqua non è poi tanta.

- Ho già parlato con Antonio e ci siamo messi d'accordo che ingrandirà l'orto dell'altra masseria. L'acqua lì non manca.

Ne aveva parlato con Antonio ma a lui non aveva detto niente. Pasquale si sentiva un escluso, inutile. Questi giovani, pensò, credono di poter rinnovare il mondo e lavorano con impegno, pensano a tutto, ma quando l'impegno non è sorretto dalla saggezza, data dagli anni e integrata dall'esperienza, non può avere buon esito e allora si ritorna al punto di partenza, amareggiati e delusi.

Forse, però, noi utilizziamo solo la nostra esperienza senza tener conto di quella degli altri, come fanno loro ... chissà! Un fatto è certo, da massari diventare pastori non è una cosa che fa onore.

Le cose andavano bene, aggiornando ogni tanto la famiglia, Luigi esprimeva tutto il proprio entusiasmo. Erano completamente scomparse tutte le perplessità e i timori che avevano accompagnata l'innovazione. Spesso si era sentito ripetere: chi cambia la via vecchia per la nuova sa quel che lascia ma non quel che trova. Lui aveva sempre obiettato che quella via era la nuova solo per loro ma gli altri la percorrevano già da tanto tempo e, nei fatti, si era dimostrata giusta. Coloro che, ad onta di lutto, non si erano convinti della bontà dell'iniziativa parlavano di fortuna, di fuoco di paglia e cose del genere; Luigi non dava peso a tutto ciò ed intensificava sempre più il proprio impegno aumentando il numero delle bestie per cui era stato costretto a prendere un aiutante.

Il padre seguiva il consolidarsi dell'esperimento, ma non dava giudizi. Negli ultimi tempi aveva accusato una certa astenia per cui aveva diradato le visite in campagna. Non parlava più di lavoro ma solo dei pettegolezzi che raccoglieva dalle chiacchiere degli amici. La situazione non era sfuggita a nessuno suscitando qualche preoccupazione che la madre esternò a Luigi:

- Tuo padre negli ultimi tempi e strano. È sempre come intontito!

- Lo avevo notato pure io. Però non accusa niente di particolare; mangia, beve, dorme. Forse l'età incomincia a farsi sentire.

- Non credo sia questione di età. Comunque aspettiamo ancora un poco.

Il giorno dopo sarebbe stato domenica e come al solito la famiglia si sarebbe tutta riunita a pranzo. ln quella occasione Luigi si riprometteva d tare un consuntivo dettagliato di spese e ricavi della nuova azienda anche per vagliare la possibilità di estendere il cambiamento alle altre masserie. Così ognuno, padre compreso, avrebbe potuto esprimere ii suo parere e dare qualche consiglio.

Smentendo la vecchia tradizione che vuole tra suocera e nuora lo stesso accordo che tra cane e gatto, Raffaella e Lucia andavano perfettamente d'accordo. Un poco di prevenzione c'era stata subito dopo il matrimonio, per le ragioni di cui si è detto, ma si era subito appianata. Quella domenica mattina le due donne erano indaffarate ai fornelli aiutandosi reciprocamente. Lucia stava preparando un battuto di lardo misto ad aglio e prezzemolo che avrebbe formato il ripieno degli involtini. Raffaella stava spezzando gli ziti.

- Mamma  - disse ad un tratto Lucia rompendo il silenzio. Ma non continuò il discorso, quasi come pentita di averlo accennato.

- Che mi volevi dire? dimmelo.

- Non so come la prenderà Luigi; con tutto il bisogno dl aiuto che c'è.

- Ma che e successo? - disse la suocera lasciando il lavoro ed avvicinandosi.

- È' successo che sono incinta.

Il volto di Raffaella si spianò in un gioioso sorriso e abbracciando la nuora esclamo:

- Ma quale preoccupazione hai? Devi essere allegra. Luigi ne sarà felice. l figli sono la benedizione di Dio.

Lucia sembrò tranquillizzarsi. D'altra parte lei aveva sempre continuato a lavorare sia quando aspettava Raffaella che quando aspettava Pasquale; non ci sarebbe stato motivo perché ora avrebbe dovuto essere altrimenti.

Di ritorno dalla campagna Luigi andò a casa per pulirsi ed andare a messa. Gli altri erano andati ai mattino. Appena Lucia lo sentì salire le scale ebbe un momento di incertezza e rimase in forse sul da fare. La madre, appena il figlio fu sulla porta con incontenibile slancio disse;:

- Luigi, sei veramente fortunato. Lucia aspetta un bambino.

Luigi accennò di si col capo e lui l'abbracciò. Confusa lei si schernì.

- Smettila, proprio adesso che hai bisogno di aiuto!

- Non c'è bisogno di alcun aiuto e se proprio ce ne fosse ingaggerei un altro operaio.

Concluso il pranzo, attorno alla tavola, si ritrovarono solo gli adulti, i ragazzi erano usciti a giocare in mezzo alla strada. Allora Luigi prese la parola.

- Oggi è un giorno particolare. Sono felice per il buon esito del nuovo lavoro e prima di tutto voglio ringraziare nostro padre che me lo ha permesso e che mi ha tanto aiutato.

- Tanto aiutalo  - interruppe il padre - non è esatto. Ti ho solo concesso ciò che ml hai richiesto.

- E non è poco; se tu non avessi avuto fiducia non mi avresti permesso ciò che ho fatto, né ml avresti data la somma necessaria. frutto di tanti anni del tuo lavoro.

- Diciamo che ognuno ha fatto quel che ha potuto - si intromise bonaria la madre.

- E così da massari siamo diventati pastori. Bell'acquisto - insistette amaramente Pasquale.

- Ma che pastori. Mi hai mai visto portare le bestie al pascolo?

- No, ma hai venduto il grano come gli anni scorsi? Cosa hai venduto? Latte, formaggio, agnelli e fra poco venderai i vitelli; tutti prodotti della pastorizia.

- Però abbiamo raddoppiata la resa e tra poco la triplicheremo.

- Ma non venderai né grano né vino. È questa la vergogna.

- Ma che differenza fa vendere un prodotto piuttosto che un altro?

Il padre stava per rispondere. Per lui l'impegno della pastorizia era destinato a gente di infimo rango e niente e nessuno riusciva a fargli cambiare idea. Sembrava un bambino inconsolabile a cui qualcuno avesse rotto il suo giocattolo preferito che in nessun modo avrebbe potuto essere sostituito perché solo quello rappresentava il tutto, il mondo intero. La sua amarezza era profonda suo dolore inconsolabile. E quel mondo crollava, si dissolveva solo per sete di guadagno, ma nella vita il denaro avrebbe dovuto contare solo relativamente; ciò che avrebbe dovuto avere più peso era la coscienza dei proprio orgoglio dl massari.

A rompere la tensione intervenne ancora la madre.

- Luigi, adesso dicci quell'altra notizia.

- Si. c'è un'altra bella notizia. Lucia aspetta un bambino.

Fu una esplosione di auguri da parte di tutti. Quando si furono calmati Luigi, che non capiva in tutta la sua portata il dramma che dilaniava l'animo del padre, continuò:

- Se sarà un maschio ne farò un medico, proprio come quel signore svizzero presso cui ho lavorato.

- E cosi finiranno per sempre i campi dl grano; i filari delle viti; gli orti verdeggianti per far posto ad erba medica e lupinella.

- Ma i tempi cambiano, bisogna dare alla gente ciò che ci richiede e non quello che vogliamo noi - insistette pazientemente il figlio cercando di convincerlo ad accettare il nuovo corso delle cose. Ma Pasquale non era d'accordo. Un solo drammatico aspetto si evidenziava, la famiglia stava abbandonando la terra. Col figlio medico e con la cura del nuovo impegno, la pastorizia, scompariva per sempre la famiglia dei massari. La nobiltà terriera si avviava verso lidi ignoti, quale ne sarebbe stato l'esito? Si, il lustro della loro famiglia era stato arricchito dalla presenza di un parente prete, ma non c'erano state conseguenze perché questi, una volta morto, aveva lasciato nient'altro che un ricordo, era stato solo un episodio. un ornamento della casata. Il dottore avrebbe invece aperta la via alle professioni abbandonando definitivamente la terra.

- Non sono i tempi che cambiano. Li cambiamo noi per sete di guadagno. Forse noi vecchi abbiamo torto e non ce ne accorgiamo, per questo è giusto che ad un certo punto della nostra vita qualcuno ci sostituisca. Diventiamo come vecchi rami da cui si vorrebbe pretendere della frutta. No, bisogna potare l'albero e gettare al fuoco il vecchiume così che l rami giovani abbiano lo spazio per estendersi e fruttificare. Ormai io sono un ramo vecchio che non comprende e non riesce a districarsi nel mondo in cui vive. Ho paura di vivere!

Da quel giorno si chiuse sempre più nei suoi ricordi popolati di aratri che solcavano la terra tirati da coppie dl buoi, di campi biondeggianti di grano che veniva reciso quasi amorevolmente dalla falce del contadino, di filari di viti carichi di grossi grappoli di uva che uomini e donne raccoglievano cantando canzoni d'amore.

Morì pochi mesi dopo. Accompagnando il feretro al cimitero un contadino, rivolgendosi sottovoce ad un amico commentò:

- Con lui è morto l'ultimo della razza dei veri massari.

(1) Salame confezionato con la carne della coscia di maiale.

(2) Antipasto.

(3) Detto che sottolinea l'eccezionalità di un avvenimento.

Aurelio Zuroli è nato a Satriano di Lucania (PZ). Ha insegnato per un certo periodo nella scuola primaria e successivamente presso l'Istituto Magistrale "Emanuele Gianturco" di Potenza, dove si è conclusa la sua carriera didattica.

Laureato in pedagogia, accanito studioso di cultura lucana, ha riscosso nel 1985 un buon successo di pubblico e di critica con l'opera narrativa "Il figlio dell'altro".

Prossima l'uscita del racconto lungo dal titolo: "Padre, perdona loro" (il moccio degli Abbamonte).