Dove sta scritto che la classe non è acqua?
APPLAUSI DAL BASENTO ALL'OLIVENTO
Raffaele Nigro continua a fare centro. Appena fuori tiro il pubblico brienzano, già facile bersaglio dei "Fuochi" e man mano preda sicura della 'Baronessa", ha voluto dire la sua in un recente incontro con l'autore dei due romanzi; il secondo è più bello ancora!
di Maria Antonietta e Maddalena Rotundo
Serata DOC a Brienza in occasione del rinnovato appuntamento di Vertigo con la migliore narrativa lucana. Appuntamento che nel contempo scandisce una nuova, importante tappa della carriera di Raffaele Nigro e cioè la pubblicazione del suo secondo libro, "La Baronessa dell'Olivento" infatti è la nuova e vincente mossa dello scrittore cui è seguita, puntuale, l'identica ed entusiastica reazione del pubblico. Nell'atmosfera intima e maliarda, complice l'accogliente e nello stesso tempo austera sala consiliare, si è svolta tutta una serie di autorevoli e sottili disquisizioni (presenti esperti di storia delle dottrine politiche, di antropologia culturale e di filologia integrata: rispettivamente Giuseppe Acocella, Paolo Apolito e Maria de las Mercedes Arriaga Florez) elegantemente timoneggiata da Vittorio Sabia che, a dispetto di alcune valutazioni troppo 'specifiche' del libro in esame, ha assicurato un colloquio divertente e accessibile anche a quanti non l'avessero ancora letto. Colloquio che Nigro ha seguito con spontanea e viva partecipazione, soprattutto nei momenti in cui ritrovava nei discorsi degli intervenuti le fila della sua trama. quelle stesse da cui egli era effettivamente partito, mostrando spesso l'espressione di chi viene per così dire "denudato" in pubblico. Non è forse questo che uno scrittore desidera dai suoi lettori?
Forse si. L'interpretazione che noi diamo di un libro, infatti, molto spesso non è quella autentica voluta dal suo autore, ma quella più congeniale al nostro schema mentale, al nostro modo di comprendere e di intuire. In questo modo però il rapporto scrittore/lettore si allenta e poi si annulla, senza concretarsi in un riversamento di “contenuti”, in una comunicazione. Trovare la chiave dello stile di uno scrittore è importante, ci permette di entrare nel suo mondo, di trovare tra i suoi scritti degli anelli di 'congiunzione' inequivocabili, e noi in questa occasione ne abbiamo trovati parecchi. Ritornano infatti anche in questo libro di Nigro temi a lui cari, un mondo popolato di demoni, folletti e la favola antica del monachicchio, delle streghe e del lupo mannaro, esseri collegati alla morte e alla sua oscurità.
Dalla presentazione del libro è stata tracciata una linea nuova del ritratto di Nigro da noi conosciuto e risalente ai suoi 'Fuochi..'. La sua internazionalità enucleata, paradossalmente, dal suo attaccamento alle modalità di vita di persone che vivono in un 'preciso' ambito territoriale, con determinate tradizioni, usi e anche, limiti politici; un racconto che viene mediato dal vissuto dello scrittore, ma non per questo alterato, in quanto proveniente da un uomo e diretto ad altri uomini, non importa se lucani, veneti o spagnoli. Anche se il dato più importante emergente dalla riflessione fatta sull'opera narrativa di Nigro è stato proprio il prendere atto dell'esistenza di una "Lucanità"; la pacifica acquisizione di un dato rincorso per quarant'anni, dal dopoguerra ad oggi. E però questa "Lucanità" si può paragonare ad un animale di cui si ha molto riguardo, perché in via di estinzione. C'è infatti il pericolo che questa identità appena riconosciuta, sia il frutto di una sintesi di ricordi passati e di nozioni storiche e non abbia riscontri nel presente. C'è motivo di credere che la generazione di Nigro sia stata l'ultima ad aver toccato con mano una realtà autoctona ancora viva. La "Lucanità" di oggi assiste alla morte delle tradizioni popolari-religiose, alla perdita della loro giustificazione originaria. L'immigrazione di questo secolo ha creato dei vuoti all'interno della comunità, provocando la dispersione dell'elemento culturale e la non-trasmissione dello stesso. I giovani rinnegano l'origine contadina e subiscono l'omologazione ad una realtà - italiana ed europea - che nonostante tutto diventa loro sempre più familiare. Guai se non fosse così d'altra parte. Ma allora che senso può avere, aver ritrovato la "Lucanità"? Ha il senso che il passato deve dare al presente, di questo i giovani dovrebbero prendere coscienza! E Nigro insegna al giovane aspirante narratore meridionalista che, nonostante manchino i ricordi, nonostante la realtà sia povera di conforti poetici, c'è sempre qualcosa di meridionalistico da scrivere, oggi più che mai. Nell'attesa di identificare una Lucanità moderna, continuatrice del passato, lo scrittore fa al tempo quello che Salgari fece allo spazio: lo distrugge, con l'immaginazione, con uno studio che lo fa sprofondare nella storia tormentata della propria terra e della propria gente.
Qui la sua grandezza o il suo limite?
La risoluzione della questione non è facile, ma non spetta comunque a noi. l'importante è averla posta.