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EVA NELL'OMBRA Donne lucane, storie senza luce * 1 * a cura di Adriano Cozza |
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TRAGEDIA ALL'ITALIANA. BASILICATA XVI SECOLO
ATTRAZIONE FATALE
Personaggi ed interpreti in ordine di apparizione: la dama (Isabella di Morra), il cavaliere (Diego Sandoval de Castro), l'arte (Poesia), i censori (Decio, Cesare e Fabio Morra)
di Gennaro La Rocca *
Isabella Morra nacque nel 1520, dal barone Giovan Giacomo di Morra e da donna Luisa Brancaccio.
I Morra erano i Signori di Favale, l'odierna Valsinni, borgo che, dal colle su cui era abbarbicato, dominava un territorio all'epoca in gran parte boscoso, percorso dal fiume Siri.
Il nome di Isabella e la sua poesia, tenue ed intimista, la sua stessa vita dall'epilogo tragico, s'erano perse nel tempo, sepolti da secoli d'eventi umano ed accadimenti naturali.
Il merito della riscoperta va attribuito a Benedetto Croce il quale, con un'operazione che può essere definita di "archeologia bibliografica", nel suo libro Vite di avventure, di fede e di passione, ci restituì questa ed altre testimonianze del passato.
Sedicesimo secolo, splendido e vile.
Splendido, per il rinascimento delle arti e delle coscienze, fu il secolo di Raffaello e Michelangelo, di Ariosto e Tasso, di Giordano Bruno e di Tommaso Campanella.
Vile, per l'arbitrio dei potenti - re, pontefici, uomini d'arme e di potere - che... si credevano superiori per il fatto di essere più violenti; più liberi per il fatto di usare più licenza; più vivi per il fatto di considerare la vita come un'orgia o una preda (1).
Nel binomio, solo apparentemente antitetico, possono inquadrarsi l'opera e la vita di Isabella: splendore di una voce che, dopo secoli, ancora parla ai sentimenti; vita di un mondo piccolo e brutale che soffocò quella voce.
Fin dalla più tenera età, Fortuna non arrise certo ad Isabella. Il padre, in contrasto con Ferrante Sanseverino, principe di Salerno e feudatario della vicina Rotondella, fu da questi accusato, al momento del confronto tra l'imperatore spagnolo Carlo V e Francesco I di Francia per il possesso del Regno di Napoli, di aver sostenuto la causa del francese.
Nel momento in cui prevalsero le armi spagnole, il barone di Favale, fu costretto alla fuga e, seguito dal secondogenito Scipione, si rifugiò alla corte parigina del Valois.
Rimasero a Favale la moglie e gli altri figli: i maschi Marcantonio, Decio, Cesare, Fabio e Camillo; le femmine Isabella e Porzia.
Nonostante il tradimento, vero o falso che fosse, la famiglia Morra riuscì a salvare il feudo; pagando una forte ammenda il primogenito Marcantonio, fedele a Carlo V, si vide da questi riconosciuto il dominio su Favale.
Isabella crebbe, così, sotto la tutela dei suoi fratelli, in una condizione che non è esagerato definire di reclusione fisica e di oppressione spirituale. Tra le mura del castello, troppo anguste per poterne trattenere la natura libera, il pensiero era costantemente proiettato verso il padre esule in quella terra di Francia che Isabella considerava come sua terra promessa.
Gli aspri profili dei monti lucani, gli spazi e le stesse anime di quelle contrade sperdute, potevano solo alimentare l'anelito di libertà, lo spirito creativo e la fantasia stessa della fanciulla; infelice, affidava il suo lamento alle carte:
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Sognava l'approdo di una nave, salpata dalla Francia per condurla al padre; vana speranza perché il barone Morra mai si curò di lei.
miro sovente io, tua figlia Isabella s'alcun legno spalmato in quello appare, che di te, padre a me doni novella... |
Raramente la tristezza abbandonava i versi di Isabella; i momenti di serenità erano rari, forse nutriti dalla speranza di un mutamento del suo stato. Allora anche il fiume, il Siri, che segnava i confini della sua prigionia, poteva essere amato, celebrato:
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Ma la disillusione presto tornava e l'amarezza, il senso della morte spirituale; il fiume, di nuovo, le valli pietrose, si riproponevano come testimoni del pianto e della ribellione:
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Da questi brani si può comprendere quali speranze ed attese, quali disinganni, quale solitudine, popolassero l'universo interiore della poetessa: un mondo crepuscolare, mesto su cui impera Fortuna, dea crudele e mai costante nel concedere alle deboli creature che governa. A Fortuna si contrappone Natura che, con le selve incolte, con le solitarie grotte, col fiume, raccoglie pietosa il dolore di Isabella e lo amplifica, manifestandolo agli uomini.
Nel tempo il disaccordo con i fratelli si acuì: individui rozzi e violenti, tipici esponenti di una classe sociale parassitaria il cui unico merito nell'acquisire ricchezze era stato l'uso arbitrario della forza, erano sordi all'invocazione di libertà della giovane la quale, essendo una donna, non aveva alcun potere di decidere sulla propria esistenza. La sua vita, il suo stesso destino appartenevano a Casa Morra; sarebbe uscita dal castello di Favale solo come sposa di un altro barone; come pegno vivente di alleanza tra casati.
Siamo all'inizio del 1545; l'ultimo anno di vita per Isabella. Un incontro ne segnerà la sorte, l'incontro con Diego Sandoval de Castro.
Nato al principio del secolo, sposatosi giovanissimo con Antonia Caracciolo, castellano della rocca di Cosenza e barone delle terre di Bollita (ora Nova Siri), l'uomo possedeva ogni qualità per affascinare la giovane de Morra; era uomo d'arme, "hombre valiente", secondo le migliori tradizioni della nobiltà spagnola e, per questo, sempre pronto a mettere mano alla spada ed a cacciarsi in ogni sorta di guai.
Per motivi a noi ignoti, fu per qualche tempo ricercato dalla Gran Corte della Vicaria di Napoli e, per sottrarsi al giudizio, si rifugiò nell'enclave pontificia di Benevento fino a quando non fu riconosciuta la sua innocenza.
Alla spada accoppiava la penna. Fu anch'egli poeta e frequentatore dei migliori circoli letterari italiani. Poeta di non eccelse qualità, per il vero, se si vuol credere ai versi beffardi ma realisticamente prudenti, considerato il personaggio in questione, che scrisse su di lui il poeta fiorentino Grazzini, più noto come il Lasca:
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Lo stile di vita di Diego Sandoval de Catro, avventuroso e sregolato, creativo ed a contatto con gli ambienti culturali dell'epoca, conquistò l'immaginazione e forse anche il cuore di Isabella.
Tra i due iniziò una segreta corrispondenza in versi e, probabilmente, anche "d'amorosi sensi". Complice di questo amore platonico o meno, era il maestro di lettere di casa Morra che fungeva da messaggero tra i vicini castelli di Favale e di Bollita.
Ma il segreto non poteva durare a lungo; i fratelli di Isabella vennero a conoscenza della relazione e s'apprestarono ad agire.
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RIME MANCATE PER ISABELLA DE MORRA
(S. Maria d'Anglona) G.L.R. |
Decio, Cesare e Fabio sorpresero la donna in possesso di lettere e versi inviati da Diego per mezzo del maestro e, come scrive Croce, ...senza por tempo in mezzo, misero crudelmente a morte il pedagogo, e poi uccisero a pugnalate la sorella innocente...
I tre, ricercati dalla giustizia, si resero irreperibili; due fuggendo in Francia ed il terzo nascondendosi nella stessa Favale. Non paghi del sangue versato, desideravano vendicarsi anche di Diego che ritenevano il seduttore di Isabella.
De Castro, conoscendo la natura di quelli, tentò di proteggere la sua vita facendosi scortare nei suoi spostamenti, ma tutto fu inutile.
Dopo alcuni mesi, infatti, tra settembre e ottobre del 1546, i fratelli si riunirono di nuovo a Favale e, avendo avuto notizia che Diego doveva in quei giorni raggiungere le sue terre, prepararono la vendetta. L'attesero per tre giorni, in agguato nel bosco di Noia (ora Noepoli), passaggio obbligato per chi dovesse recarsi a Bollita. Quando il de Castro s'addentrò tra gli alberi, lo assalirono.
Decio, Cesare e Fabio, affiancati dagli zii Cornelio e Baldassino, volsero in fuga la scorta e uccisero Diego con tre colpi d'archibugio. I due maggiori responsabili, Decio e Casare, ripartirono immediatamente per la Francia, dove si stabilirono; dopo poco tempo, Decio prese addirittura i voti e divenne poi abate di abbazia agostiniana; Cesare sposò una nobildonna, Gabriella Falcorè, assumendo la baronia della terra di Chamoran.
Il fatto di sangue impressionò molto la nobiltà dei Seggi napoletani. Lo stesso imperatore di Spagna che conosceva e stimava il de Castro, avendo questi fatto parte della spedizione in Algeri del 1541, chiese notizie ed inviò il vicerè Pedro de Toledo a fare giustizia ma, come s'è visto gli assassini non furono mai puniti.
La storia di Isabella può concludersi; una tra le tante vicende di violenza che caratterizzarono il XVI secolo, splendido e vile capitolo della nostra Civiltà..
Rimase la poesia di Isabella, acerba e senz'altro legata troppo ai canoni petrarcheschi in voga all'epoca, ma, tuttavia ed a dispetto del tempo, ancora fresca e capace di donare emozioni; in fondo il compito della poesia è questo: donarci emozioni.
Così il Siri, il fiume Sinni, percorrendo la valle, può ancora essere custode del canto e del fragile ricordo di Isabella Morra:
Fonti
Benedetto Croce, ISABELLA DI MORRA E DIEGO SANDOVAL DE CASTRO, Sellerio ed, Palermo 1983
AA.VV., Poesia italiana: IL CINQUECENTO, Garzanti ed.
* GENNARO LA ROCCA divide la sua esistenza tra Grumento Nova, a volte ridente paese della Val d'Agri, e Napoli. Perdutamente innamorato della terra lucana, non le è del tutto fedele avendo intrecciato, da tempo, una tresca molto passionale con la seducente Partenope. Sentendosi erede di una grande civiltà (dalla Magna Grecia al Regno delle Due Sicilie) e conoscendone un poco la storia, non riesce ancora a comprendere, visti i risultati, il concetto di "unità d'Italia". Deciso assertore della retorica irridente, o satira, quale arma contro il potere sia ecclesiastico che laico, non lascerà alcuna traccia culturale dietro di sé. In compenso, però, si divertirà tantissimo.
MILLE GRAZIE alla professoressa Mercedes Arriaga dell'Università di Siviglia e all'amico Giovanni Scelzo per il loro decisivo apporto. Ne faremo tesoro insieme con ogni ulteriore suggerimento che i lettori ci offriranno lungo questo viaggio nel "criptocosmo" femminile lucano: il profondo rosa del profondo Sud.

