Tredici anni dopo

E qualcosa rimane tra le pagine chiare

Autopsia di una voce interrotta: "L'IMPRONTA", periodico-meteora

"a cura del Comitato per le manifestazioni culturali e artistiche di Brienza"

di Antonio Collazzo

Una domenica d'estate del 1977 mi intrattenevo a conversare con amici di una delle tante abituali e non ancora desuete passeggiate lungo il percorso che, allora come ora, univa le pietre, ahimè scomparse o in via di estinzione, di Via Aceronia e Corso Umberto con quelle (poche rimaste) che costeggiano la vecchia sede della Cassa di Risparmio.

La monotonia di quella domenica venne a dissolversi allorché due cari amici d'un tempo - uno di essi purtroppo sottratto ai terreni affanni - seduti sulle sedie dell'allora Bar Centrale (anch'esso divenuto solo luogo di ricordi) ebbero a fermarmi per sottopormi una loro idea, non so sino a che punto scaturita pur essa da quella voglia di fantasticheria che spesso ci coglie nei momenti di svago.

Presto detto, i due mi proponevano di costituire un organismo che potesse rispondere alle istanze di cultura del paese. Velleitaria o meno, mi parve tuttavia una sollecitazione interessante, anche se personalmente avevo sempre creduto all'estemporaneità dell'attività culturale e non alla sua prefigurazione in strutture organizzate.

Approvata all'istante la proposta, si cercò subito di dare un corpo a quella creatura. Delle persone da accomunare, un nome per individuare il nuovo sodalizio, un programma per configurare gli obiettivi.

Per le prime non fu difficile far leva su amici e amiche comuni, già peraltro coinvolti in attività teatrali che avrebbero poi dato vita ad un altro sodalizio destinato a durare qualche anno (il Laboratorio teatrale '77).

Quanto al nome, la fantasia non andò lontano perché quel "Comitato per manifestazioni artistiche  e culturali" riecheggiava fin troppo il convicino di Sasso di Castalda. La scelta peraltro non era poi tanto casuale giacché la somiglianza nel nome voleva quasi sottolineare "a contrariis" la diversità di impostazione del nostro organismo che - a differenza del più quotato precedente, tutto proiettato verso una dimensione "translocale" - intendeva porsi come espressione di un tentativo di autogenesi - oserei dire - di attività culturali e artistiche finalizzate alla crescita di una comunità locale.

DAL PROGRAMMA ALL'IMPRONTA

All'inizio il Comitato si identificò quasi del tutto con il teatro, che finì veramente con il diventare un forte elemento di coesione e di slancio anche per l'impatto positivo che ha tale forma di spettacolo.

Io tuttavia ho sempre creduto che nella mente di uno dei due ideatori del Comitato - il compianto Peppino Palladino - il coinvolgimento di altre persone alla fine mirava al raggiungimento di un obiettivo che aveva sempre stimolato la mente brillante e acuta quanto, a suo modo, trasgressiva di quel 

Per alcuni scrivere è ancora il mezzo migliore per comunicare anche perché è un mezzo che consente la riflessione e quindi la compiutezza - per così dire - del pensiero; in più rispetto al rapporto epistolare, l'affidare il proprio pensiero al mezzo giornalistico diventa quasi inebriante per l'impossibilità di definire l'interlocutore, che allora può anche diventare - nell'idea di chi diffonde il messaggio - una moltitudine.

Tentativo vano, questo, per quei tempi e forse anche per questi, soprattutto in un ambiente circoscritto quale quello di un paese come Brienza; fu questa tuttavia la spinta - forse inconscia - di noialtri allorché verso la fine del 1977 il Comitato pose mano a quel progetto.

Ma con quali obiettivi? E soprattutto con quali strumenti?

UNA IMPRONTA DI CULTURA

Inutile dire che, come per tutte le gestazioni di questo mondo, il "nome" da dare al nascituro fu l'elemento che più attirò le nostre attenzioni.

Da quelle frequenti riunioni condotte nelle sale di Palazzo De Rosa che allora ospitavano il Centro Unla, alla fine uscì fuori "L'impronta".

Non so se nella mente di chi per primo propose quel sostantivo fosse già presente il collegamento con le finalità della rivista. Fatto è che quel titolo finì con il diventare l'essenza stessa del programma  da dare al periodico.

Nell'editoriale di presentazione - intitolato emblematicamente "una impronta di cultura" - la pubblicazione della rivista veniva definita come un'attività di "ricerca quasi angosciosa di cultura", "che vuol lasciare una 'impronta di cultura', liddove 'cultura' ha un significato soprattutto comportamentale; agire in modo nuovo, ma soprattutto agire, pensare, secondo canoni anche rivoluzionari ma soprattutto pensare".

Ripetere oggi quei termini -  per motivi che il lettore avrà ben chiari - significa rievocare tensioni intellettuali per gran parte sopite nei ventenni d'oggi (peggio a scendere d'età).

Ma lette ora per allora, a quelle affermazioni quale valore può essere assegnato: mere dichiarazioni d'intento o carta costitutiva di un disegno preciso sorretto da adeguate strategie di intervento?

Inutile dire che con l'aiuto delle considerazioni dettate dal tempo trascorso non si può che propendere per la prima delle ipotesi e non si può che intravedere in quello non più che un velleitario al più dalle buone intenzioni dei suoi fautori.

D'altra parte questo tipo di analisi sembrerebbe da privilegiarsi perché all'ambizione del piano corrispondeva l'inadeguatezza delle strutture (per l'inidoneità delle risorse e l'improvvisazione organizzativa), ma soprattutto l'assenza di una dimensione sovralocale dell'iniziativa sia in termini di contributi che in termini di diffusione della rivista stessa (e in parte i due elementi sono fra loro complementari).

E tuttavia...

QUEI GIORNI TERRIBILI DEL '78

Tuttavia si scorra un attimo l'indice di quei due numeri e - mi pare di poter dire - si avrà chiara l'impressione di un osservatorio seppur limitato ma puntuale del mondo d'allora.

Che per l'Italia era un mondo costellato di contraddizioni enormi, di imperante femminismo, di nuove rivolte nel mondo della scuola ma soprattutto di terrorismo, di destra e soprattutto di sinistra. Sarà appena il caso di ricordare che nel corso del 1977 si contarono oltre 2000 attentati terroristici; nessuno di noi, credo, avrà poi dimenticato che il secondo numero del giornale venne, per così dire, "stampato" proprio nei giorni in cui si concluse la vicenda del rapimento dell'onorevole Moro.

Sarà interessante perciò riconsiderare la interessante lettura in chiave sociologica delle contraddizioni di quel tempo, soprattutto giovanili, tentata da Cataldo Ferrarese nei suoi due articoli e il non trascurabile "trittico" sulla condizione femminile alla quale dedicarono nel primo numero felici intuizioni Ausilia e Colombina D'Elia, da una parte, Dino Collazzo, dall'altra. In questo filone entrava ovviamente anche l'articolo sugli ordinovisti della colonna romana e sulla discussa sentenza del pretore di Roma in materia di ricostituzione del disciolto partito fascista.

E il mondo burgentino?

Le più recenti vicende che hanno interessato la nostra cara Brienza faranno inevitabilmente riandare con nostalgia a quel periodo che allora apparve a molti di "rinascenza".

Ma rileggiamo gli indimenticati articoli di Peppino Palladino che - con la serenità dei saggi e il distacco dalle cose del mondo che rimanda ai lucreziani templa serena" - cominciava a prendere le distanze da situazioni che gli consentivano di presagire "un futuro oscuro e malinconico" per Brienza.

 E che dire dell'intervista all'allora sindaco di Brienza di Franco Carbone, che mi fa curiosamente pensare alla dedica, poi cambiata, dell'Eroica di Beethoven a Napoleone Bonaparte?

FIGLI DI UNA STESSA CANZONE

Nel secondo numero del giornale si parlò anche di De Gregori e Venditti che in quel periodo avevano pubblicato due apprezzabili raccolte.

Ricordo che la canzone che dava il titolo al disco di Venditti - "Sotto il segno dei pesci" - ci accompagnò non poco nelle serate in cui ci si riuniva per completare il primo numero del giornale. Nato a fine febbraio e perciò anch'esso "sotto il segno dei pesci". Circostanza strana ove si pensi anche ai motivi che intessono quel bel brano.

E in quei luoghi, in quelle storie di ragazzi e ragazze rivisitati con il filtro della memoria è facile intravedere paralleli profili con l'esistenza di quei temerari articolisti, anch'essi in fondo "figli di una stessa canzone".

Nell'estate del '78 il Comitato rappresentò "Il risveglio di primavera" di Wedekind, testo intenso e vibrante ma insieme angoscioso e crepuscolare. Fu infatti il crepuscolo anche di quel sodalizio e di quel foglio che ne costituì per alcuni mesi la voce.