| Diletteranti in Estronave | ![]() |
Per un posto al sole |
Maledetto Sud dei suoi occhi
di Marco Noè *
Era stata una giornata in cui aveva messo a dura prova i suoi nervi radicando in sé - alla fine poteva dirlo - un senso profondo di odio per quella gente. E meno male che usciva pochissimo e le frequentazioni erano molto ridotte.
in mattinata era andato a studiare in biblioteca e si disponeva a sprofondare in quel silenzio tipico che gli ricordava un'altra biblioteca, di un'altra città, di un altro tempo. Anche questa come quella era stretta e lunga, con un lato completamente vetrato che produceva un effetto serra in cui volentieri si rifugiava. Il silenzio particolare era dato dal fatto che la vetrata al primo piano affacciava su di un cortile al di là del quale passava la strada: i rumori erano quasi completamente azzerati e quelli che giungevano, come ovattati. Vedeva tutto e non sentiva niente, come quado in un film scorrono immagini di movimento senza sonoro.
L'incanto fu presto rotto dagli schiamazzi di un gruppo di studenti che, senza alcun riguardo per le persone presenti, si erano messi a studiare collettivamente e quindi ad alta voce, proprio lì in biblioteca: uno leggeva l'altro commentava, uno scriveva appunti l'altro ripeteva, il tutto allegramente intervallato da scherzi e lazzi finiti nel lancio di un areoplanino di carta che andò a planare proprio su di lui. Costretto ad alzare gli occhi per l'ennesima volta in maniera, però, definitivamente seccata, ebbe davanti a sé un gruppo di insulsi scolaretti irrimediabilmente sprofondati nella loro imbecillità: chi ridacchiava di nascosto, chi, serissimo, fingeva concentrazione, insomma un quadretto irritante quanto deludente.
Non se l'era sentita nemmeno di reagire di fronte a quei ragazzi appena un po' più giovani di lui, tutti peraltro originari del posto; ma su di loro si addensarono e accumularono immediatamente tutti i suoi asti e le sue antipatie per un'intera generazione e per la cultura che l'aveva nutrita. E i ragazzi della biblioteca, tutti belli, ben vestiti e puliti fino all'asetticità quanto maleducati e antipatici, gli sembrarono in perfetta sintonia con il resto di quella città.
Andò via sapendo che non sarebbe ritornato in quel posto e pensando - più che per convinzione per favorire un ritorno alla calma - che forse l'accaduto era stato un'esagerazione, un fatto isolato. Aveva bisogno di crederci dal momento che viveva lì, ma l'episodio della biblioteca, le considerazioni che ne erano derivate, si rivelarono di lì a poco il primo anello di una catena di avvenimenti che, alla fine, non poté più considerare come semplici ed accidentali contrarietà quotidiane.
Quei giorno anche il pranzo fu un'esperienza difficile, ma non ancora la peggiore perché questa l'avrebbe fatta proprio quando, non potendone più, aveva deciso di tornare a casa.
Abitava appena fuori dalla città e per spostarsi poteva usare il treno o l'autobus; in quella circostanza decise di servirsi del secondo mezzo, il che significava disporre di ottocento lire in monete da inserire nella macchinetta a bordo per fare il biglietto. Aveva in tasca settecentocinquanta lire e una banconota da centomila che pensò di cambiare. Sapendo che sarebbe stato impossibile trovare un solo bottegaio disposto a cambiargli e basta, senza cioè avergli venduto niente, entrò in una profumeria e chiese uno stick di burro-cacao, stringendo tra le dita le centomila. Una delle due commesse, che sospettò essere la proprietaria viste l'età e la faccia, oltre allo strabismo (pensò che di solito le commesse vere erano tutte giovani e tendenti al gradevole, queste invece erano "andate" e anche ritornate!), si accorse della banconota proprio mentre apriva un cassetto e gli farfugliò qualcosa; lui capì immediatamente che la signora non aveva alcuna intenzione di cambiargli centomila lire, e tuttavia ignorando quell'espressione ipocritamente gentile, guardò l'altra che, alzando gli occhi da quel cassetto aperto, gli fece il sorriso tipico di chi sta per dire "mi dispiace, ma il burro-cacao è finito" mentre invece pensa "no, brutto marocchino con quella faccia da delinquente, non vogliamo cambiarti i soldi né venderti niente, e la prossima volta non ti permettere che già lo sai". Lui rimase fermo un attimo, guardandola dritto negli occhi come a dire che non l'aveva bevuta, al che lei si sentì obbligata a dare qualche giustificazione, quantomeno a mentire meglio e così aggiunse ".... con tutto questo freddo. . . ci scusi ma l'abbiamo finito... se ripassa, proprio domani ci dovrebbe arrivare". Poche furono le parole che gli vennero in mente in risposta a quella spudorata menzogna, ma la sua buona educazione non gli consentì di comunicarne alcuna. Di fianco c'era un tabacchi, entrò e chiese oltre al burro-cacao dei cioccolatini e due biglietti urbani, ma l'uomo dietro il banco disse senza esitare che non aveva il resto, aggiungendo, con la falsità di chi si mostra cortese solo per liberarsi di un seccatore, che avrebbe potuto provare al bar più avanti. Benché convinto ormai che sarebbe riuscito a cambiare solo se avesse deciso di spendere almeno la metà di quel biglietto da cento, entrò anche nel bar dove una bionda slavata ultra sessantenne rugata come plastica che ha appena sfiorato il fuoco, truccata azzurro e rosso, con uno spolverino da bidella addosso, appollaiata su uno sgabello dietro alle casse, gli disse niente meno che proprio un momento prima aveva fatto quella cortesia ad un altro signore.
Pensò che le bugie avessero una specifica forma espressiva, per esempio quella di usare sempre la perifrasi "mi dispiace, ma proprio adesso... “Proprio adesso" una formula che - non si spiegava perché - avrebbe dovuto rendere vera un'affermazione che invece era il segnale rivelatore preciso dell'esatto contrario. Non se ne capacitava, eppure era proprio quell'espressione che tutti usavano per negare di proposito la loro disponibilità.
Prese comunque quell'autobus decidendo il comportamento da adottare di fronte all'eventuale controllore: si sarebbe seduto tenendo bene in vista le monete in una mano e la banconota nell'altra e, alla richiesta di mostrare il suo biglietto, avrebbe replicato in questo modo "mi mancavano solo cinquanta lire, ho provato a cambiare ma non ci sono riuscito; se devi farmi la multa sono qui pronto al martirio, non opporrò resistenza". Tuttavia fra questi pensieri si insinuò la speranza di imbattersi perlomeno in un controllore che serbasse un inaspettato senso dell'ironia.
Niente controllore. Ripose i soldi in lasca e scese in via Manzoni, davanti a quel negozio di scarpe con il pappagallo: non è ancora morto, nemmeno con tutto questo freddo - pensò deluso passandogli accanto e diventando bersaglio, come sempre, dei suoi soliti versacci. Lo insultò mugugnando qualcosa tra i denti, imprecazioni che, benché provocate al momento dal variopinto pennuto, erano rivolte a tutta la gente del posto, a quella specie di manichini da esposizione, freddi ed inespressivi, che vedeva muovere intorno a sé.
E sul finire di quella giornata desiderò avere davanti agli occhi un'altra città, altri volti, cose reali, incapaci di mentire. Napoli è così come la vedi - pensò - ogni cosa, dai luoghi alle persone, niente ti mente; ti dice subito che è violenta e pericolosa, che non devi fidarti, così come ti dice, magari all'improvviso e a modo suo, che è stanca si, ma che ha ancora qualche parola, qualche vicolo umido che ti sorprende; un barista baffuto, un vigile inquinato, un tranviere strafottente, un bottegaio scontroso, un barbone che dorme per strada, un impiegato con gli occhi bovini e la pelle bianca che non ha mai visto il sole, vestiti sgualciti e antichi di muffa e di cucinato, un contrabbandiere ingioiellato, un siringato, un arricchito di fresco; uno dei bassi con la Mercedes e la pelliccia, la Honda da quindici milioni fra il letto matrimoniale e il tavolo della cucina, passando per il letto a castello, dove dormono in trentacinque e vanno al cesso alla stazione. Tutto il degrado che vuoi, ma lo vedi, è così, non ti aspetti niente, soffri sulla pelle e capisci poco, molto poco. Anche la truffa certo, l'inganno, ma sono evidenti, lo sai. L'invadenza si, anche quella e anche tutto il resto, anche quella improvvisa dolcezza dell'aria che ti accarezza, quelle mattinate presto inzuppate dell'odore della città, di un animale che andato a letto per fortuna e forse si alzerà, ma tardi, per scommessa. Tardi, sempre tardi, forse irraggiungibilmente tardi. Qui non vedi niente, non ti fanno vedere niente, qualcosa viene fuori allo scoperto se la stuzzichi, ma non è contento e te lo dice, te lo fa capire. Qui quello che si vede non dice niente, non significa niente. Sembra che ti dica tutto, invece, fin dalla prime cose che vedi, belle, pulite, in certi casi splendide, si crea in te un'attesa che sarà presto delusa, finirà di colpo, subito, al primo angolo, alla prima faccia vista da vicino, al primo intoppo, al primo bisogno.
Guardarsi: qui tutti guardano tutti certo, come ovunque, ma nessuno va visto mentre lo fa; questa cosa umanissima che è la curiosità per la varietà infinita, qui no, non esiste, "io non guardo in faccia a nessuno", nemmeno ad infilarglisi sotto il naso, no Nessuno è capace di uno sguardo forte, voluto, per gioco o per necessità. Non si guardano negli occhi, ma tutti si dispongono per farsi guardare, basta che lo si faccia senza il rischio di vedersi. E poi se stai un attimo in più, nemmeno tanto, ti accorgi dell'indifferenza dietro alle buone maniere (preferisco l'indifferenza che si vede subito e da lontano, intera). Ma cosa si nasconde dietro sguardi che non sanno guardare? Un disprezzo per i rapporti umani, un senso di autosufficienza e di potenza solitaria?' Forse solo una chiusura propria di chi non ha niente da dare e da dire e in fondo ne è consapevole. Le persone qui non hanno niente da dire e insieme si sentono intelligenti e capaci, gloria finale, sono sincere e non nascondono i loro pensieri "Quello che penso lo dico, ecco fatto". Dicono per non fare la fatica di pensare, di riflettere, se dovessero trattenere le parole. Dicono perché sono solo lì, se vuoi trovarli dietro un pensiero sono già scappati in un "bello e fatto“. Tutti ben vestiti e curati, proprio come manichini. Non sanno niente del darsi e del perdersi, dell'andare più in là senza sapere del ritorno. Prendono l'autobus in orario per andare alla stazione dove, in orario, saliranno sul treno, certo che in orario saranno di ritorno, sempre alla stessa ora. Forse esagero, ma a che serve esagerare, a me ritardatario e problematico, antieconomico e sfaticato. Esagero, certo. Qualche treno in ritardo ci sarà pure. Ma è la loro anima che è in orario (virtù sprecata se considerassero che solo l'ultimo appuntamento è quello che conta, e solo lì ci saranno anche se dovessero aver preso un altro impegno). Si prendono sul serio, mancano in maniera imperdonabile di ironia, mancano di sale, come il pane che mangiano. E così iniziano ad essere per me anche questo paesaggio e questa città: l'occhio scivola dolce come dolcemente si incontrano questi rilievi di terra, colori uniformi, aperti e puliti, puntuali. Occhio leggero e stanco, senza fatica. Tutto si accorda, architettura e panorama, anima e forma. Pienezza del vuoto. Natura senza contrasti, snaturata.
Questi pensieri lo accompagnarono fino alla porta di casa, dove giunse con il desiderio insopprimibile di chiudere fuori, alle sue spalle, l'immagine di una città bugiarda che non sarebbe mai riuscito ad amare.
|
POSCRITTO di M.A. D'Elia *Chi è Marco Noè? Marco Noè ha trent'anni, è meridionale per nascita, ma se anche fosse nato a Milano lo sarebbe stato d'elezione (ama il ritmo lento e faticoso, che è lo stesso della sua anima, con cui il tempo sembra scorrere nel "sud del mondo"); studia lettere per dovere o per inerzia e fa il cameriere per necessità. Ha vissuto a Napoli il tempo necessario per maturare nei confronti di questa città un sentimento di odio e amore senza equilibrio, il che lo ha spinto a trasferirsi in qualche altro posto più a nord di Roma dove le strade sono pulite, tutto funziona alla perfezione, la gente lavora e produce e, soprattutto, un posto dove nessuno ha mai tempo da perdere. Ed è da questo luogo, dall'incontro con i volti di persone sempre troppo occupate per fermarsi a guardare, ad ascoltare, ad aspettare, dal ricordo di occhi il cui sguardo invece ti trafigge obbligandoti a soste involontarie, che è nato "Maledetto sud dei suoi occhi", un racconto di pensieri, più che di parole e di fatti, un racconto che non è un racconto forse, relativamente ai meccanismi delle strutture e delie tecniche narrative, di uno scrittore che non è uno scrittore. Ma è proprio qui, mi sembra, in questo intreccio di finzione, tempo e parole che l'attenzione di Marco Noè è capace di fissarsi; è qui che il suo sguardo si ferma e la sua anima "perde tempo"; ed è ancora qui che tornerebbe a vagare se solo la distrazione degli anni che viviamo non levigasse il volto degli oggetti e se solo il volo delle sue idee non fosse così carico di una memoria difficile da attraversare.. |
